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domenica 28 febbraio 2010

Upload è al via, musica e spettacoli dedicati ai giovani


Alto Adige — 25 febbraio 2010 pagina 35 sezione: AGENDA

BOLZANO. Un festival a macchia d’olio. Upload si ripresenta per la terza edizione e continua il suo processo di espansione. Una formula più snella per un evento che coinvolgerà il meglio del panorama della musica locale, ma anche personaggi di spicco a livello italiano e internazionale. Il tutto, logicamente, mettendo al centro i giovani. Una manifestazione che coagula in sé l’anima spettacolistica con quella formativa. Se il clou del festival, infatti, si concentrerà nelle serate finali all’interno dell’ormai caratteristico tendone montato nella zona Feste del Talvera dal 17 al 19 giugno, fin da marzo si partirà con un fitto calendario di workshop, rassegne e seminari raccolti nel cartellone “Waiting 4 Upload”. “Upload Südirol Tour”, per esempio, porterà concerti in tutta la provincia, da Prato dello Stelvio a Campo Tures. Largo all’universo hip-hop nei tre workshops di “Upload on street”, mentre due concerti terranno a battesimo la ristrutturazione del centro giovanile di via Vintola nella mini-rassegna “Upload on Vintola 18”. Didattica allo stato puro quella proposta nell’incontro meranese con il noto chitarrista italiano Massimo Varini e nella prima parte di “Upload History of music”, dove Mr. Alex farà conoscere il Rock anni ’50 alle nuove generazioni. Menzioni per le note femminili di “Upload musica e rose” e i concerti nelle vetrine dei negozi di “Upload: musica&shopping”. Pittoresca, infine, la rassegna “Upload on the bus”: tre serate in cui l’autobus verde storico della Sasa raccoglierà i giovani nei quartieri per un viaggio musicale in direzione dei centri giovanili dove si esibiranno Eugenie, Peggy Germs e Little White Bunny. Prevista, nei vari appuntamenti, anche la presenza di band iscritte al concorso. Il programma completo è consultabile al sito www.upload.bz.it, dove ci sarà una sezione di news e approfondimenti gestita da una redazione formata in buona parte dalle giovani firme del nostro giornale. «Cerchiamo di promuovere - ha dichiarato alla conferenza stampa il vicepresidente della Provincia Christian Tommasini - passione e talento tra i giovani in un contesto plurilingue. Upload si conferma una manifestazione poliedrica, in continua espansione e capace di attrarre eccellenze in campo artistico. Non ultimo rappresenta un’ottima occasione di promozione e consolidamento di un’autentica cultura giovanile». Soddisfatto il sindaco Luigi Spagnolli che con il Comune patrocina l’iniziativa: «Qui dentro si raggruppa quanto di meglio possa offrire la nostra città in campo musicale e artistico. Un’occasione anche per tutta Bolzano». Innovativa la fisionomia del concorso. «Il limite di età rimane quello dei 30 anni - spiega il presidente della giuria Claudio Astronio, organista di livello mondiale - con apertura a tutti i generi musicali. Abolita la sezione cover perché vogliamo puntare ai brani inediti, di cui bisogna essere autori o co-autori. Di tutte le iscrizioni ne saranno selezionate dodici. Una preselezione decreterà i quattro finalisti che calcheranno il palcoscenico della serata conclusiva, quando si uniranno alla giuria anche il frontman dei Marlene Kuntz Cristiano Godano e Paola De Angelis di Radio Rai». Una finalista, inoltre, sarà scelta dai nostri lettori tramite il voto sul web all’indirizzo www.altoadige.it. Davvero prestigiosi, infine, i premi. Al primo classificato in assoluto andrà un buono per l’acquisto di strumenti musicali, la possibilità di esibirsi in un tour per l’Italia, al Granittrock Festival di Oslo e al Mei di Faenza, oltre che fare da spalla alla band prestigiosa che chiuderà la serata finale. Il migliore fra gli altoatesini, invece, seguirà un seminario con David Lenci finalizzato alla produzione di un ep. Iscrizioni gratuite aperte dal 1º marzo fino al 30 aprile: vale la pena di tentare. - Alan Conti

giovedì 25 febbraio 2010

http://www.upload.bz.it/it/news/upload-in-partenza-a-bordo-di-un-bus.htm

Sala affollata per le parole del vicepresidente della Provincia Christian Tommasini che ha presentato l’iniziativa nei minimi dettagli. “Intendiamo coinvolgere i giovani per fornire loro gli strumenti culturali per far crescere anche la nostra autonomia. Passione e talento in un contesto plurilingue possono contribuire a questo”. Un concorso per under 30 che punta forte sui brani inediti: “Cerchiamo anche i musicisti di altre realtà. Nessuna preclusione di genere musicale, purchè si rientri nella soglia limite dei 30 anni e si sia autori o co-autori del brano presentato”. Le iscrizioni gratuite partiranno il primo di marzo e dureranno fino al 30 aprile e iscriversi significa garantirsi la possibilità di suonare durante gli eventi di “Waiting 4 Upload”, oltre che concorrere per i ricchi premi finali “ Un tour italiano, esibizione al Granittrock di Oslo, al Mei di Faenza, oltre a un buono acquisto per strumenti musicali e l’opportunità di fare da spalla al nome prestigioso che chiuderà la serata finale per i vincitori assoluti. Ai migliori fra i locali, invece, sarà regalato un seminario con David Lenci finalizzato alla produzione di un ep”. Il festival, però, non si brucia solo nelle serate finali dal 17 al 19 giugno, ma carbura con entusiasmo fin da marzo con il cartellone “Waiting 4 Upload” (di cui troverete su questo sito articoli dedicati e tutte le date nel dettaglio). “Certo – conclude Tommasini - Upload è un concorso, ma anche un percorso con finalità formative e che accentra tutte le eccellenze musicali del nostro territorio”.

Soddisfazione è stata espressa pure dal sindaco di Bolzano Luigi Spagnolli: “E’ un evento straordinario che convoglia in sé quanto di meglio possa offrire in campo artistico, musicale e creativo la nostra cittadinanza”. La descrizione più tecnica del concorso (di cui trovate il regolamento nell’apposita sezione del sito) è stata affidata al presidente della giuria Claudio Astronio, organista di livello mondiale. “In Italia si tratta di qualcosa di unico. Finalmente una manifestazione, a differenza di molti programmi televisivi, in cui è realmente la musica al centro di tutto. Se il massimo della creatività si esprime entro i 35 anni direi che siamo sulla strada giusta”. Abolite le cover si punta sugli inediti, perché? “Perché non volevamo trovarci di fronte a bravi strumentisti, ma a validi artisti, puntando anche al mondo giovanile più sommerso. Di tutti gli iscritti, comunque, ne saranno scelti dodici che parteciperanno a una sorta di preselezione live che determinerà i quattro che calcheranno il palco della serata conclusiva”. Astronio guiderà una giuria formata da Fabio Zamboni (giornalista dell’ “Alto Adige”), Piergiorgio Veralli (giornalista “Rai”), Silvia Alfreider, Walter Eschgfäller, Aurelio Pasini (giornalista di “Mucchio) e Christine Cizek (Live Award di Vienna). Nella serata finale si aggiungeranno anche due giurati d’eccezione come Cristiano Godano, frontman dei Marlene Kuntz e Paola De Angelis di Radio Rai.

Conclusione a sorpresa per la conferenza stampa con la partecipazione di un gruppo locale che ha accompagnato giornalisti e curiosi all’interno dello storico autobus verde della Sasa dove è stato servito parte del buffet.

Alan Conti

Upload lo trovate anche qui:

www.myspace.com/upload_music_contest

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Se volete scrivere per noi:

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http://www.upload.bz.it/it/news/saranno-le-note-a-tagliare-il-nastro-del-vintola-18.htm

Una festa che, come ogni altro appuntamento della rassegna, sarà pretesto per ospitare gruppi di elevata caratura artistica e spessore internazionale che apriranno le porte di uno spazio che rimarrà a disposizione dei musicisti e dei creativi della città. Un’inaugurazione che verrà spalmata lungo due appuntamenti, ideati da Vanja Zappetti secondo le linee di un plurilinguismo artistico. Un gruppo italiano e uno tedesco, brani cantati in inglese e un panorama che, in due serate, spazierà dal folk all’elettronica, passando per il funk strumentale.

La prima occhiata alla nuova struttura si potrà buttare venerdì 26 marzo alle ore 21, accompagnati dalle note bella band tedesca della Westfalia Niobe, prossimi a pubblicare il nuovo ep “Honey from the frozen land” nella prossima estate con l’etichetta Tomlab. La sera prima il gruppo sarà impegnato al “Recyclart” di Bruxelles e tre giorni dopo sarà attesa ad Hannover: due dati che dimostrano lo spessore internazionale del loro lavoro. Una musica che miscela il folk, l’acustico e il pop con nette colorature indie che promette di catturare l’attenzione del pubblico.

Il giorno dopo, sabato 27 marzo, sempre alle 21, il Vintola 18 riaprirà i battenti per i curiosi ritardatari o per chi, semplicemente, intende regalarsi un’altra serata all’insegna della buona musica. Sul palco del rinnovato centro giovanile, infatti, saliranno gli Appaloosa, band nata a Livorno nel 1998, veri e propri mattatori di svariate edizioni dell’Arezzo Wave. Tratto distintivo della band è la cura nel dettaglio del suono. Il nuovo album intitolato Savana e uscito a fine novembre è un autentico pugno nello stomaco: un groove poderoso e potente, votato all’ascolto ad alti volumi, con improvvise impennate electro dance che scuotono l’ascoltatore. Non mancano, infine, sfumature di funk noise a tamburo battente. Ci sarà da saltare e divertirsi. Un ottimo test per la nuova struttura.

Per saperne di più:

http://www.myspace.com/appaloosarock

http://www.facebook.com/pages/Appaloosa/63539618992?ref=search&sid=646766687.1814730482..1

http://www.myspace.com/niobeniobe

Per farci sapere di più:

conti.alan@yahoo.it

Re-Bello, una maglietta contro le divisioni etniche


Alto Adige — 24 febbraio 2010 pagina 29 sezione: AGENDA

BOLZANO. Quando un cuore si spezza non sempre fa male. Nasce da questa idea la nuova avventura fashion ideata da un gruppo di giovani bolzanini che muoverà i primi passi in un autentico vernissage in programma venerdì sera al Pub Martini. Si chiama “Re-Bello” quest’equilibrio sull’antitesi che punta su una serie di magliette caratterizzate da un cuore spezzato, in evidente contrasto con le ormai celebri t-shirt che spandono amore da New York in giù. Se il cuore pieno si legge “love”, quello spezzato dovrebbe tradursi in “hate”, ma Daniel Tocca, fondatore e addetto alle pubbliche relazioni della neonata griffe, precisa: «Così sembra un invito all’odio, in realtà è esattamente il contrario. Giochiamo molto sui contrasti e i messaggi sociali: se da una parte avremo magliette con il rifiuto del lusso, in evidente contraddizione con i lustrini della scritta, dall’altra affronteremo questioni più profonde come il rifiuto del razzismo e, particolarmente per l’Alto Adige, delle divisioni etniche». “Re-Bello”, d’altronde, è già un brand esplicativo: «Esatto. Veicola il concetto di ribellione, ma focalizza al contempo l’attenzione sul bello, che può essere relativo alla maglietta, ma anche identificare un atteggiamento». Il team di “Re-Bello” è formato da neo-laureati bolzanini e porta con sé credenziali che lasciano ben sperare. Accanto a Tocca, che proviene dall’università di Rotterdam, troviamo Emanuele Bacchin e Daniel Sperandio, usciti dalla prestigiosa Bocconi milanese e il designer Daniele Zanoni. Tutti concittadini proiettati in giro per il mondo, ma che per lanciarsi tornano a casa. Se non altro, per la città, un buon segnale. «Ci piaceva posare la prima pietra nella nostra realtà e creare qualche evento di lancio che possa inserirsi nel discorso sulla convivenza. Le nostre magliette saranno in inglese e indirizzate ad entrambi i gruppi linguistici, così come la festa di venerdì. In giorni in cui la convivenza giovanile è al centro delle discussioni e si cercano occasioni di incontro, noi proviamo a crearne». Venerdì, dunque, appuntamento alle 19 al nuovo Pub Martini dove, fino alle 2 di mattina, si potranno ammirare le nuove magliette, ma anche divertirsi con giochi a tema e ballare sulle note del dj Crisoline. Ospiti d’eccezione il calciatore dell’Alto Adige Manuel Scavone, caro amico di alcuni ragazzi del team “Re-Bello” e Mister Südtirol 2010 Klaus Hoellensteiner. «La nostra speranza - conclude Tocca - è quella di attivare un canale di distribuzione su tutta la Penisola entro l’estate, per poi guardare all’esportazione in paesi come la Spagna e l’Olanda». Potrebbe essere un vernissage da ricordare. Per informazioni su evento e tshirt: Daniel Tocca, email dtocca@re-bello.com, telefono 320-3746412. (a.c.)

Parte medicina d'emergenza


Alto Adige — 24 febbraio 2010 pagina 15 sezione: CRONACA

BOLZANO. Ha fatto parlare di sé ancor prima di essere inaugurato, ma ieri per il nuovo Istituto per la Medicina di emergenza in montagna, promosso dall’Eurac, è arrivata l’inaugurazione. Un appuntamento che ha coinvolto anche il presidente della Provincia Luis Durnwalder, accorso a battezzare un ambizioso progetto scientifico che si pone l’obiettivo di coordinare e far crescere la medicina d’emergenza in quota. «A livello mondiale non esiste niente di simile - specifica il nuovo presidente dell’istituto Hermann Brugger - e Bolzano diventerà così un centro d’eccellenza». Alla rivista “Academia” dell’Eurac, però, lo stesso Brugger ammette la presenza di una struttura analoga presso l’università del Colorado. Gli obiettivi del neonato istituto, comunque, saranno ad ampio respiro: dalle classiche analisi per migliorare tempestività e accuratezza dell’intervento alla ricerca di metodologie che possano affinare gli strumenti di diagnosi e terapia in situ. «Uno dei primi oggetti di studio sarà l’ipotermia». Proprio l’ipotermia è stata la condizione cui sono stati indotti 29 maiali anestetizzati e seppelliti nella neve a 1900 metri per studiarne le reazioni. Un episodio che scatenò la reazione delle associazioni animaliste. Hermann Brugger è particolarmente duro sull’accaduto: «La libertà scientifica non è garantita quando si registra un gap informativo di questo tipo. La sperimentazione era completamente a norma secondo i dettami della Dichiarazione di Helsinki e autorizzata dal ministro austriaco». Lo stesso governo che pochi giorni dopo dispose l’interruzione della ricerca. Sulla rivista inglese “Nature”, però, Brugger è stato più esplicito, buttandola sul sensazionalismo: «È stata tutta colpa della stampa che ha alimentato lo scandalo, seguita da tv e radio. Non solo, molti scienziati e politici sono rimasti in silenzio, negandoci il supporto. Fa impressione, comunque, che nei giorni del terremoto di Haiti le prime pagine parlassero del nostro esperimento». Tornando all’attività dell’istituto: «Raccoglieremo tutte le informazioni in merito alla frequenza, al tipo di trattamento e la prognosi di specifiche malattie come ipotermia, assideramento e traumi. In questo modo si possono creare griglie di riferimento relative ai fattori di rischio e mettere a confronto le diverse misure adottate per il salvataggio». Nel team dell’istituto ci sarà anche Giacomo Strapazzon, specialista in medicina interna e medico del soccorso alpino. Soddisfatto per la nuova iniziativa anche il presidente della Provincia Luis Durnwalder: «La nostra è una realtà di montagna, contrassegnata da una popolazione sportiva e da 5,4 milioni di turisti che arrivano per visitare le nostre bellezze naturali. Questo determina delle responsabilità per le istituzioni, ma la stessa sicurezza può essere un fattore spendibile sul mercato del turismo. L’Eurac nasce come rampa di lancio dell’ateneo prima, e per supplire i rami del sapere che non vantano una facoltà alla Lub poi: in questo senso il nuovo istituto rappresenta un fiore all’occhiello, con un direttore di caratura internazionale che ci garantirà contatti con le eccellenze mondiali del settore». Positivo anche il giudizio di Stephan Ortner, direttore dell’Eurac: «La medicina d’emergenza è un ponte ideale tra le varie discipline e concorrerà alla crescita dell’Eurac. Importante la collaborazione col Tis: coinvolgeremo tutta la tecnologia alpina industriale del territorio». - Alan Conti

mercoledì 24 febbraio 2010

http://www.upload.bz.it/it/news/upload-sudtirol-tour.htm

editorial staffnews archiveinsights archive Upload Südtirol tour
Sarà un Upload in movimento. Se Bolzano resta il centro operativo di tutto il festival, infatti, i tentacoli di una delle manifestazioni musicali giovanili del Paese sono pronti ad allungarsi lungo tutta la provincia. Nasce così lo stuzzicante cartellone del progetto Upload Südtirol Tour che andrà a toccare pub, centro giovanili e luoghi di ritrovo storici del tessuto musicale bolzanino. Un'iniziativa importante che ancora una volta sottolinea la natura plurilingue e poliedrica di Upload, andando incontro in modo deciso anche al mondo musicale tedesco. Tante, infatti, sono le piccole gemme artistiche che si possono cogliere nelle piccole realtà e, non a caso, va ricordato il trionfo nella categoria local dell'edizione 2009 degli Scrat Till Death, band di Fiè che bene rappresentano il fertile humus dell'ambiente provinciale. Proprio i vincitori dello scorso anno saranno tra i protagonisti di alcuni eventi, affiancati da altri gruppi estremamente conosciuti che avranno pure il ruolo di mentore per le molte band iscritte al concorso che si esibiranno durante le varie serate.
Si parte sabato 20 marzo al Ladum di Prato dello Stelvio con l'esibizione dei Julius Bana, un'avventura rock, post-punk e psichedelica per palati fini. Giovedì 25 marzo al Time Out di Bressanone è la volta degli inglesi del Midlands Rue Royale, conosciuti ambasciatori della musica Indie, Folk e Pop che girano costantemente l'Europa con la loro musica. Gli Scrat Till Death presenteranno l'ep registrato grazie al successo dello scorso anno di Upload sabato 27 marzo al centro giovanile Isola di Fiè allo Sciliar: una serata casalinga impreziosita anche dall'esibizione dei Dayshine Rising, band bolzanina promossa dall'etichetta "Major" che mescola le melodie del Metal europeo con l'energia dell'hardcorel americano. Gli stessi Dayshine Rising replicheranno sabato 10 aprile al centro giovanile Loop di Campo Tures. Una settimana dopo, il 17 aprile, la replica degli Scart Till Death all'Unda di Dobbiaco. Venerdì 23 aprile sarà la volta del rock elettro-funk dei meranesi Noisyroyal al centro giovani Jux di Lana, mentre il giorno dopo, il 24, spazio di nuovo ai Dayshine Rising allo Juze di Naturno. Weekend di chiusura venerdì 7 maggio allo Zentis del Renon, nuovamente coi Julius Bana e sabato 8 maggio con i Noisyroyal al Nologo di Laives.
Durante tutti gli appuntamenti sarà possibile iscriversi al concorso e ottenere tutte le informazioni relative al festival. Upload allunga i tentacoli e valorizza la propria provincia.

Alan Conti


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http://www.upload.bz.it/it/insights/massimo-varini-workshop-allo-strike-up-merano.htm

Massimo Varini, workshop allo Strike Up, Merano
Per sfondare, a volte, bisogna avere le conoscenze giuste. Quello che sembra un refrain abusato e talvolta tristemente reale si può riadattare in positivo dentro un progetto importante del cartellone di "Waiting 4 Upload". Le conoscenze giuste, infatti, non necessariamente sono persone che ti danno la classica spintarella più o meno lecita, ma possono essere scovate nell'esperienza di professionisti in grado di indicare la strada migliore da percorrere per cercare di farsi notare. Uno di questi è senza dubbio Massimo Varini, uno dei più importanti produttori e chitarristi della scena musicale italiana, capace di lavorare con artisti del calibro di Vasco Rossi, Laura Pausini e Adriano Celentano. Per rimanere sulla stretta attualità, per esempio, è lui ad aver firmato il brano "Quando parlano di te" del nuovo album del vincitore di Sanremo Valerio Scanu. Per rimanere in ambito di Upload, invece, ha portato in finale nella scorsa edizione i 16Bis con la pregevole "Guardo la luna".
L'appuntamento con Varini, originario di Reggio Emilia, si articolerà sul doppio binario del workshop prima e concerto poi e si terrà venerdì 30 aprile al centro giovanile Strike Up di Merano. L'artista non è nuovo a questo tipo di incontri e la didattica giovanile rientra costantemente nel suo lavoro quotidiano in ogni angolo del Belpaese.
I primi amori di Varini sono armonia e arrangiamento che impara da autodidatta: un periodo di formazione che segnerà tutta la sua carriera da artista. Uno sviluppo poliedrico in cui nulla è lasciato intentato. In tv, per esempio, lo troviamo chitarrista e attore del serial tv Cri Cri di Italia 1 con Cristina D'Avena nel 1989, ma si aggira dietro le quinte anche nei vari Sanremo, Festivalbar (che vince con il brano "Colpo di fulmine" di Nek da lui prodotto), Vota la voce, Roxy Bar, Segnali di fumo, Guitar Game, lo Zecchino d'oro (che vince come arrangiatore nel 2005 e 2007), Non facciamoci prendere dal Panico con Morandi e all'estero con Top of the pops. Varini, ovviamente, non si ferma al piccolo schermo, ma si cimenta anche in qualità di fonico, programmatore, chitarrista turnista, produttore artistico, compositore e arrangiatore. A spanne non c'è domanda dell'universo musicale cui non possa rispondere. Tra le collaborazioni con i grandi artisti, oltretutto, annovera lavori pure con Eros Ramazzotti, Biagio Antonacci e Andrea Bocelli. Nel 2008 suona i brani "Non vivo senza te" e "Adesso che tocca a me" nel disco di Vasco Rossi "Il mondo che vorrei". Agli inizi del 2008 il nome di Varini compare su oltre quaranta milioni di dischi.
Il popolo del web, inoltre, conosce molto bene Varini per la sua video-didattica, principalmente dedicata all'uso della chitarra e le tecniche per suonare in diversi stili. Un'attività che lo porta a scrivere numerosi manuali e a collaborare con svariate riviste del settore. Diverse, infine, le sue produzioni da solista: l'ultima è stata pubblicata il 24 aprile 2009 con il titolo "My sides", dove presenta un progetto discografico totalmente acustico con 16 brani e un dvd contenente 4 videoclip, 2 live e diverse riprese di studio session.
Le conoscenze giuste, quindi, arrivano a Merano e sarebbe un peccato lasciarsele sfuggire, ma per partecipare al workshop è necessario prenotarsi entro il 24 aprile telefonando allo 0473-211377.
Alan Conti


Per approfondire:
http://it.wikipedia.org/wiki/Massimo_Varini
www.massimovarini.it
www.myspace.com/massimovarini

Si parte...http://www.upload.bz.it/it/insights/upload-2010-un-decollo-oltre-i-confini.htm

UPLOAD 2010: UN DECOLLO OLTRE I CONFINI
Rendere i confini degli elastici: da tirare e, semmai possibile, tagliare. Upload non è solo un festival musicale per i giovani, ma una ricerca costante per accorciare i contatti e diminuire le distanze, che siano artistiche, culturali, geografiche e linguistiche. E così, dopo aver mandato al tappeto nella prima edizione le gabbie dei generi musicali e aver ampliato lo sguardo sopra Brennero e sotto Salorno l'anno scorso, cosa rimane da superare? Molto, moltissimo.
Upload 2010, quindi, nasce come i suoi fratelli: con delle sfide. Ostacoli da superare e limiti da forzare. Il primo, sicuramente, riguarda l'internazionalità. Si parlerà di musica di tutto il mondo, ci si aspetta iscrizioni dall'estero e opportunità di crescita non indifferenti. Non a caso, da qualche tempo, il vincitore assoluto si concede un'esibizione al festival di Oslo. Che lo sguardo fosse lungo, lo si era già capito. Non dimentichiamo, però, che la musica supera la lingua e non esiste metodo migliore per travalicare barriere linguistiche e accumunare i giovani di una terra che non può vivere più nella trincea degli idiomi. E' anche per questo che l'impegno dell'amministrazione è di quelli importanti. Una melodia non è un cartello stradale: può arrivare dritta al cuore anche senza traduzione.
Se Upload non è miope perché focalizza bene le realtà lontane, di certo non è nemmeno presbite vista l'attenzione riposta alla dimensione locale. Un cartellone tambureggiante accompagnerà la cavalcata delle iscrizioni da marzo verso il gran finale dei Prati del Talvera di giugno. Per i giovani artisti altoatesini, partecipare al concorso significa avere l'opportunità di esibirsi anche all'interno di contesti differenti dal solito palco. Stimoli, possibilità, visibilità: i premi finali sono gustosi, ma tutto questo non è secondario per chi pranza con la chitarra e cena con le percussioni.
L'ultima sfida siamo noi, e siete voi tutti. Un sito che ha lo scheletro di una redazione giovane e competente, che accompagnerà chi avrà voglia di vedere dentro il tessuto di Upload, ma anche dell'universo della musica attraverso approfondimenti, inchieste e viaggi. Due binari che permettano da una parte una crescita artistica pratica e dall'altra un arricchimento riflessivo più teorico. Saremo come una figurina che si appiccica al festival e cerca di portarlo in giro: non solo la stanza dove appoggiare la propria iscrizione e lasciarla a prendere polvere. Per tutto questo, però, avremo bisogno di voi, di parlarvi, di sentire le vostre voci. Saremo come un piccolo aeroporto, dove arriveranno e partiranno tutte le iniziative per essere sparpagliate nel mondo del web. Volare non è facile, ma se la spinta è tanta si può cominciare a decollare.
Alan Conti


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Ubriachi a 11 anni...


In Italia sono i ragazzini altoatesini quelli più attratti dall’alcol, ma i divieti, secondo l’amministrazione, servono a poco e i bar devono poter essere liberi di fare le loro offerte commerciali. Presentati ieri in conferenza stampa i dati di uno studio della Onlus bolzanini Siipac (Società italiana patologie compulsive) guidata da Cesare Guerreschi e conosciuta in tutto il Paese. Numeri che fotografano una realtà preoccupante nella fascia d’età tra gli 11-13 anni, quando in provincia di Bolzano si manifestano le prime sbronze. Ragazzini, a volte poco più che bambini, che si avvicinano con disinvoltura al classico bicchiere in più: un fenomeno che non può far correre il pensiero all’iniziativa carnevalesca del bar “Heidi”, dove la birra fu offerta a prezzi stracciati.
Il 76,3% dei giovanissimi (tutti i dati sono riferiti all’intervallo d’età 11-13) altoatesini ha consumato almeno una bevanda alcolica nell’anno: praticamente solo uno su cinque non ha assaggiato l’alcol. Una quota che sale all’84,2% per i maschi e si attesta al 68,6% tra le femmine. Nessuno, in Italia, presenta cifre simili visto che al Nord Ovest il totale è di 70,7%, 73% al Nord Est e solo 59,6% nelle Isole. Un atteggiamento figlio di una forte cultura enologica a tavola? Niente di tutto questo dato che la nostra provincia supera tutti pure negli alcolici consumati fuori pasto. L’11,8% dei ragazzi, infatti, beve lontano da pranzi e cene, addirittura il 19,8% tra i maschi e il 4,1% tra le giovani donne. Solo il dato del Nord-Est, cui peraltro contribuiamo, si avvicina con il 10,8% del totale, mentre siamo di nuovo lontanissimi dal 4,1% registrato al Sud. Il vero tarlo, però, è senz’altro il binge drinking, ovvero l’assunzione di sei o più bicchieri di bevande alcoliche in un’unica occasione: in breve, la più classica delle sbornie. Il 19,9% dei nostri ragazzini lo ha provato negli ultimi anni, più del doppio del dato del Nord-Est, fermo a 10,6%, e lontano anni luce dallo 6,1% delle Isole. Nel dettaglio, il binge drinking coinvolge il 30,3% dei maschi e il 9,9% delle femmine, anche qui i valori più alti della Penisola. Solo nelle unità alcoliche consumate quotidianamente l’Alto Adige presenta dati più bassi delle altre zone d’Italia: dalle una alle quattro unità di alcol, sia tra i maschi sia tra le femmine, nessun dato è particolarmente allarmante. I ragazzini, quindi, non sono alcolisti, ma amano concedersi sballi pesanti una volta ogni tanto. “A quell’età – spiega Guerreschi – anche solo la sbornia periodica ha effetti devastanti e ogni singolo episodio brucia dai 12 ai 15 milioni di cellule neuronali. Non solo, si possono avere blocchi dello sviluppo del sistema nervoso anche permanenti”.
“I dati – continua il professore – provengono dall’Istituto superiore della sanità e mostrano una realtà che deve far riflettere tutti: dai politici alle famiglie, passando per le scuole e tutte le agenzie educative. A fianco a strutture riabilitative che a Bolzano stanno lavorando bene, c’è la necessità di maggiore prevenzione e ci piacerebbe anche entrare nelle scuole primarie”. Un’offerta di bevande alcoliche a prezzi di saldo come quella carnevalesca del bar “Heidi” quanto può incidere sul processo di formazione di una cultura corretta nei confronti dell’alcol? “E’ devastante e deplorevole – il commento tranchant di Guerreschi – ma non penso che i divieti possano servire a molto. Sono passato per quel bar giovedì grasso e devo dire che i controlli degli esercenti, per quanto sbandierati, erano alquanto blandi”. Sulla questione interviene il sindaco Luigi Spagnolli: “Cercare di puntare sui divieti e le imposizioni, anziché sulla prevenzione, è il più classico degli errori delle democrazie occidentali. Questo deve entrare in testa anche a chi ci passa i soldi, come Provincia e Stato. Ricordiamoci, oltretutto, che i bar devono poter fare le offerte che ritengono più opportune perché si tratta di due regolamenti differenti. Non è la sanzione, comunque, a fare la differenza, bensì la cultura”. Evidentemente l’una esclude l’altra. Eloquente l’intervento finale del presidente del Teatro Cristallo Pio Fontana: “Cultura? Certo, ma cercare di portare sul palco spettacoli sul tema dell’alcol, per esempio, è davvero molto difficile perché si incontrano delle resistenze”. I dati, intanto, rimangono drammaticamente sul tavolo e quelli non sono uno scherzo di Carnevale.


L’OPINIONE DI GUERRESCHI
“Che ne dite se parliamo di alcol?”. E’ questo il titolo della pubblicazione del dottor Cesare Guerreschi, presidente e fondatore della Siipac, che con la forza dei numeri toglie il velo che copriva una realtà che molti immaginavano.
La provincia di Bolzano, purtroppo, vanta il preoccupante primato italiano di giovanissimi bevitori. Ragazzi, poco più che bambini, che tra Salorno e il Brennero hanno i primi approcci con le bevande alcoliche in età tenerissima. Dottor Guerreschi, che ne dice se parliamo di alcol in Alto Adige?
La diffusione dell’alcol nella fascia d’età 11-13 del nostro territorio è allarmante. Le cellule cerebrali, infatti, in quel periodo sono particolarmente sensibili e la loro fisiologia e naturale maturazione può venire facilmente alterata. L’alcol, infatti, è per i bambini una fionda che arriva in un lampo al cervello: è addirittura più penetrante di alcuni farmaci. Non si dovrebbe bere fino a 18 anni, Rita Levi Montalcini consigliava di aspettare i 26.
Qual è la forza magnetica che attrae i ragazzini al bicchiere?
L’alcol è un prodotto della socializzazione, si lega a occasioni speciali e l’ubriachezza è al contempo un rito di passaggio per l’età adulta e un deliberato o inconscio bisogno di infrangere le regole. Spesso nelle famiglie non si vieta del tutto, ma si invita a un consumo minimo: un atteggiamento sbagliato. Dobbiamo informare i ragazzi e costruire una nuova cultura.
Fin dalle scuole primarie…
Sembrerà esagerato, ma è così. A Roma lo stiamo già facendo con buoni risultati.
La scuola, però, non può essere l’unico ente coinvolto.
Infatti questi dati devono far riflettere anche i politici, il Comune, i religiosi. Tutti siamo responsabili e coinvolti. I nostri ragazzini, ricordiamolo, non sono alcolisti, ma bevitori occasionali e questo può alleggerire la percezione di pericolo, ma i rischi ci sono comunque. Senza considerare che la spesa sociale per i malati di alcol è enorme e si tratta di cifre che pesano sulle spalle di tutta la comunità.
In chiusura vale la pena ricordare i pericoli che si corrono con le ubriacature.
Il primo effetto colpisce i lobi frontali del cervello e diminuisce l’autocontrollo, la forza di volontà, la capacità di discernimento e attenzione. Poi si intaccano le abilità motorie e sensoriali e si fa fatica a parlare. Al terzo step cominciano le difficoltà visive, al quarto si compromette l’equilibrio, fino alla quinta fase dell’instabilità con stanchezza, tremori e vomito. Da lì si rischia di entrare nella fase finale dove l’onda alcolica raggiunge il tronco cerebrale e ci si mette in pericolo di vita. Ovvio che ci sono pure effetti a lungo termine come epatiti, gastriti, aritmie, traumi, danni al feto, reazioni con i farmaci e altre sostanze, depressione, ansia, tentati suicidi e insonnia, violenze e disgregazioni familiari, incidenti domestici, problemi di ordine pubblico e gravidanze indesiderate.

Giovani architetti...


Più che dare spazio ai giovani, forse, lo spazio è meglio farglielo organizzare. Presentato ieri pomeriggio in via Portici il progetto degli studenti del corso di laurea in ingegneria edile e architettura dell’università di Trento, che sotto la guida del docente Giuseppe Scaglione e di Thomas Demetz hanno interpretato la Bolzano del futuro. Base di partenza il recente Masterplan approvato dal Comune: i singoli gruppi di lavoro, infatti, si sono mossi lungo le direttive del rapporto tra la Zona Industriale e il resto della città, previo spostamento dell’autostrada, così come un attento sguardo al futuro del discusso Virgolo. Ne è uscita una fucina d'idee presentate al vecchio Municipio e all’assessore all’urbanistica Chiara Pasquali in un’apposita tavola rotonda.
Il primo progetto degno di nota è quello formulato da Deborah Bosco, Eletta Acler e Stefania Weber. “Siamo partite – raccontano – dall’analisi dall’alto del pattern (disposizione e morfologia) dei terreni agricoli intorno alla città, cercando di riprodurne le geometrie nella distribuzione degli edifici lungo via Galvani. Il presupposto, ovviamente, è lo spostamento dell’A22, lo sfruttamento del nuovo spazio e il mantenimento dell’impalcamento autostradale. Abbiamo, così, progettato una disposizione particolare degli edifici nella zona, con una destinazione d’uso di tipo misto tra uffici, negozi e residenziale”. A superare le forche caudine della legislazione l’effetto visivo è notevole. C’è spazio anche per un cioccolatino alla città: “Lavorare su un contesto per noi scevro di preconcetti è stato stimolante. Certo che Trento ha molto da imparare da Bolzano dal punto di vista della progettazione urbanistica”.
Il tasto più delicato, però, è sicuramente quello toccato da Marco Bazzanella e Alessandro Dall’Armi: la riqualificazione del Virgolo. “Premettiamo subito che si tratta di un’idea alquanto costosa, ma che potrebbe rendere questa collina parte della città, in un contesto di avanguardia. Anziché costruire sulla cima del Virgolo, infatti, abbiamo pensato di partire attraverso un sistema interno alla collina. Sfruttando la dismissione delle arterie e delle gallerie si possono scavare all’interno nuovi spazi per locali, punti di ritrovo, sale da ballo e un ascensore che permetta la risalita, senza bisogno di funivie. All’esterno, invece proponiamo una disposizione degli edifici in armonia con il flusso dell’Isarco e una serie di affacci panoramici terrazzati per i locali all’interno. In cima, invece, punteremmo sulla riqualificazione del campo sportivo e la creazione di una zona ricreativa per la cittadinanza”. Un progetto che potrebbe fondersi con un sistema di edifici aderenti alle pareti della collina pensato dal team Bosco, Acler e Weber.
Sempre la nuova zona di espansione al centro dell’analisi ecologica di Silvia Voltolini e Chiara Bertolo. “Anche qui la partenza è stata lo studio del pattern agricolo, con la predisposizione di un parco verde in Zona Industriale all’insegna dell’ecosostenibilità. Ecco, quindi, percorsi nel verde, circuiti pedonali e ciclabili con lampioni fotovoltaici a forma di albero. Ci potrebbe essere spazio anche per un polo tecnologico e l’utilizzo dei vecchi binari aziendali dismessi potrebbe servire alla creazione di un collegamento tra l’uscita dell’A22 e il Centro storico: un modo per facilitare la gestione del traffico, per esempio, durante il Mercatino”.
Idee innovative e moderne che portano un arricchimento lungo l’architrave del Masterplan. Mai come stavolta, quindi, vale la pena di affidare un poco di spazio ai giovani.

lunedì 22 febbraio 2010

Crescono i precari, sono 5 mila. Età media 43 anni


Alto Adige — 21 febbraio 2010 pagina 16 sezione: CRONACA

BOLZANO. In due anni sono 12.000 i lavoratori in Alto Adige che hanno sottoscritto complessivamente più di 18.000 contratti a progetto, con una durata media di appena 16 mesi. Nel 2009 il lavoro a progetto ha superato la soglia dei 4.800 occupati, includendo tutte le tipologie di contratti subordinati. Un fenomeno in forte crescita. I dati vengono snocciolati durante il congresso del sindacato Cgil-Nidil, formatosi appositamente per le nuove identità lavorative, tenutosi ieri alla Cgil di via Roma. E’ stata proprio la categoria dei più precari, quindi, a inaugurare il calendario dei congressi del sindacato che si chiuderà l’11 e il 12 marzo con l’assemblea generale e l’intervento del segretario nazionale Guglielmo Epifani. Rieletta, intanto, Silvia Grinzato alla carica di coordinatrice provinciale dopo una relazione focalizzata anche sugli effetti della crisi sui lavoratori a progetto. I dati, ricavati dalla Ripartizione Lavoro della Provincia, portano alla luce altri interessanti fenomeni del mondo del precariato altoatesino. L’età media dei contratti a progetto, per esempio, non è propriamente quella giovanile dato che si attesta sui 43 anni, addirittura più alta del lavoratore dipendente, mentre tra i parasubordinati è forte la presenza di ultrasessantenni. Non solo, mediamente gli uomini riescono a spuntare collaborazioni di un anno e cinque mesi contro l’anno delle donne. Il settore più investito dal fenomeno è senz’altro quello pubblico con il 52% di lavoratori, di cui addirittura il 36% da ascrivere all’istruzione. A condizionare la statistica, infatti, concorrono i docenti e ricercatori occupati nell’ateneo, nella scuola e negli enti privati. L’11% dei precari lo troviamo nell’amministrazione pubblica, più che altro nei settori dell’assistenza all’infanzia e ai disabili, mentre il 9% nel commercio tra venditori e agenti di commercio. Una tendenza che sta lentamente soppiantando il lavoro fisso dato che il 4% dei nuovi contratti hanno occupato il posto di rapporti precedentemente a tempo indeterminato. «Un mondo atomizzato e variegato - spiega Silvia Grinzato - che mette in discussione la sopravvivenza stessa del sindacato come lo conosciamo adesso. La crisi ha letteralmente stravolto il settore dei contratti a progetto perché la contrazione dell’occupazione ha portato a scadenza le collaborazioni, senza alcun rinnovo da parte dei datori di lavoro. Si tratta di una massa di persone che, non ricevendo ammortizzatori sociali, non vengono nemmeno conteggiati tra i licenziamenti». Diverse, quindi, le sfide che il sindacato dovrà affrontare: «Aprire negoziati prima di tutto con ateneo e sanità, ma anche controllare che la ripresa non comporti un aumento massiccio di queste forme lavorative». Christine Pichler della sezione agricoltura della Cgil amplia lo spettro: «Anche nel nostro mondo si tratta di un rapporto di lavoro diffuso che rende i dipendenti ricattabili e con pochissime garanzie». - Alan Conti

domenica 21 febbraio 2010

Quei poveri soldat spariti nel nulla di una guerra triste


Quei poveri soldati spariti nel nulla di una guerra triste
Alto Adige — 20 febbraio 2010 pagina 35 sezione: SPETTACOLOCULTURA E SPETTACOLI

È la storia di una guerra che le bombe non le fa scoppiare nella neve, ma nella testa e le ferite non straziano il corpo, ma l’anima e poi la vita. “Ufficialmente dispersi” è il romanzo del giornalista Pier Vittorio Buffa che trae spunto dall’apertura degli archivi storici sovietici che, come moderno vaso di Pandora, ha scoperchiato parte della triste realtà di quattordici soldati di un plotone italiano dispersi nella Russia della seconda Guerra mondiale. Un plotone comandato da un Sottotenente. “Ufficialmente dispersi” non lascia tanto spazio ai giochi narrativi, ma scorre attraverso vivide fattualità: una scelta precisa o una conseguenza della sua professione? «Alla base del libro c’è un lavoro profondo di ricerca e analisi storica di quello che è stato rivelato dalla consegna degli archivi del Kgb che ha influenzato anche la narrazione. Non le nascondo, però, che l’abitudine a scrivere con uno stile fortemente ancorato alla realtà fattuale concreta tipico del giornalismo si è fatta sentire. Un libro di guerra dove la guerra, a dirla tutta, dura solo poche pagine. Sì, è vero, ma permea comunque tutto il romanzo con quel continuo pungere del senso di responsabilità di un Sottotenente che non è in grado di spiegare che fine abbia fatto il suo plotone e quale sia stato il destino dei suoi ragazzi. Ho cercato di capire quale tipo di solco potesse aprire l’esperienza di dare e ricevere soltanto morte all’età di 22 anni. Oggi, a quell’età, il massimo della tensione è esordire in Champions League. Si diventava uomini presto e a 24 anni si era veterani. L’incipit del libro si apre con un elogio di una patata quale simbolo di vitalità e di presenza durante la guerra. Un rapporto con il cibo che oggi non c’è più? Il mangiare era l’appiglio alla vita stessa. Pensiamo a un pranzo famigliare di oggi: i nipoti lasciano nel piatto qualche briciola o degli avanzi, il nonno che ha combattuto difficilmente farà come loro. E’ cambiato il valore che diamo al cibo che è figlio delle esperienze personali e della storia. Gli “Ufficialmente dispersi” sono quattordici: qualcuno di loro le è rimasto particolarmente nel cuore? Ce n’è uno che è stato la molla che mi ha portato alla scrittura del libro. E’ il papà del bambino nato in aprile che dai documenti risultava morto nel febbraio 1943, ma che in realtà è deceduto nel 1945: nel mezzo due anni di “non vita” che mi hanno stimolato ad approfondire queste storie. Il Sottotenente non è un credente, eppure va a messa. La sua vita è ritmata da flash sui suoi ragazzi che lo estraniano dalla vita quotidiana e che lo portano, una volta conosciuto il destino del plotone, a scrivere alle famiglie. Che uomo è? Un uomo segnato dall’evento, per cui esiste una vita velata prima e dopo la guerra e la sconvolgente realtà del periodo bellico. Un uomo solcato dal senso di responsabilità tradito che cerca di recuperare inviando missive esplicative ai familiari di chi non è riuscito a riportare a casa. Un uomo, come tanti, che nel momento in cui non c’è più nulla a cui aggrapparsi cerca a tentoni la fede come ultimo appiglio. Un uomo che cerca di riabilitarsi in un percorso che non riesce mai ad essere effettivamente compiuto. I flash di cui è vittima sono una costante del romanzo e li ho immaginati esattamente come una prova tangibile dell’invasione della guerra nella vita reale: non se n’è mai andata dalla testa del Sottotenente. Qualcuno l’ha paragonata a Mario Rigoni Stern... Per carità, lui è sicuramente di un altro livello. Rigoni Stern mi ha fatto l’onore di leggere il mio romanzo e di approvarlo, salvo una correzione. In una pagina feci saltare un carro armato con le bombe degli Alpini del Monte Cervino e lui mi disse: “Con quelle ci davamo la sveglia al mattino, non sarebbero mai state in grado di far saltare un carro armato”. L’ho subito cancellato e corretto». - Alan Conti

Un sottotenente l'unico sopravvissuto


Alto Adige — 20 febbraio 2010 pagina 35 sezione: SPETTACOLOCULTURA E SPETTACOLI

“Ufficialmente dispersi” (149 pagine, editrice Transeuropa, 13,90 euro) è un romanzo scritto dal giornalista Pier Vittorio Buffa che trae spunto dall’apertura degli archivi sovietici per raccontare la storia di un Sottotenente e del suo plotone di 14 uomini nella Russia della seconda Guerra mondiale. Della spedizione tornerà solo il protagonista: il destino dei suoi uomini rimane ignoto. Un racconto singolare e universale insieme, dove si analizza nel profondo la psicologia di un uomo segnato dall’esperienza bellica, dalla memoria e dalla responsabilità che mai lo abbandonano. Un percorso che attraversa la realtà quotidiana come semplice proscenio di un conflitto che strazia di giorno in giorno il Sottotenente attraverso flash estranianti. Tutta la sua vita viene vista come un’appendice e una premessa all’esperienza bellica. Fino a quando il Kgb non decide svelare le proprie carte. (a.c.)

Aslago chiede negozi e bus


Alto Adige — 20 febbraio 2010 pagina 18 sezione: CRONACA

BOLZANO. Più mezzi pubblici e negozi, un supermercato vicino, una ritoccata all’asfalto pericoloso e la voglia di non sentirsi come la periferia sconosciuta della città: Aslago e i suoi residenti buttano sul tavolo della discussione dei quartieri alcune criticità che troppo spesso vengono tralasciate, in ossequio all’omologazione con Oltrisarco. Un rione, Aslago, che si arrampica sulle pendici che soffre dell’ombra del fondovalle e che si sente di serie B anche nel proprio quartiere. Popolazione prevelentemente anziana, costretta tutti i giorni al sali-e-scendi dei ripidi gradini che portano al centro di Oltrisarco. Tutto diventa più faticoso: dalla spesa, alla farmacia, bisogna scender “a valle”. «Tutto sommato non si sta male, Aslago è un rione con una sua storia ed una sua “anima” - chiarisce Silvio Brunello -, però è importante capire che le nostre esigenze non sono sempre uguali a quelle di Oltrisarco. Qualche negozio anche nella parte alta, per esempio, non guasterebbe. I pochi che c’erano non esistono più. Uno alla volta se ne sono andati tutti». Fabio Cescato riporta all’attenzione un problema diffuso e una certa insofferenza nei confronti degli abitanti di Oltrisarco: «Vengono quassù con i cani e lasciano tutto sporco di escrementi. Qualcuno si è pure preso la briga di fare delle fotografie e inviarle agli uffici competenti, ma nulla è cambiato. Gli stranieri? Ne abbiamo molti in questa zona, ma finchè riescono ad avere un lavoro e rispettano le regole, per noi non c’è nessun problema». Marco Sbironi sposta l’attenzione su commercio e sicurezza stradale: «Non c’è nemmeno un tabacchino da via Castel Flavon in su. Non solo, l’asfalto sarebbe da mettere a posto perché basta un poco di pioggia o neve per renderlo scivoloso, quindi pericoloso per scooter e biciclette. Se ci aggiungiamo che molte auto passano a velocità ragguardevoli il quadro diventa preoccupante». Mauro Ianeselli è una memoria storica del quartiere: «Siamo sempre stati considerati di serie B - racconta -. Prima eravamo il Bronx bolzanino, oggi il ricettacolo degli stranieri: in parte può essere vero, ma non tutto è da buttare via. E’ vero, i negozi sono pochi, ma credo che commercialmente sarebbe impossibile sopravvivere contando solo su un bacino d’utenza formato dagli anziani. I giovani, infatti, scendono a Oltrisarco o in città per comprare le cose. Certamente si tratta di un dormitorio perché, a parte le abitazioni, non c’è nient’altro, ma i mezzi pubblici dovrebbero essere più frequenti. Allargando il discorso, comunque, sarebbe bene considerare lo scadente livello delle scuole di questa zona». Maria Berton è lapidaria: «Aslago - dice dura -, dal punto di vista commerciale, sta morendo e nessuno fa nulla per salvarla». Davide Serafini è un giovane della zona: «Se siamo dimenticati? Assolutamente sì. D’inverno, quando nevica, sembra che nessuno si ricordi che a Bolzano esistiamo pure noi. I luoghi d’incontro per i giovani, invece, sono un autentico miraggio da queste parti». Mariano Grizzanti è il gestore del bar “Lyon’s”: affacciato su piazzetta San Vigilio gode di un punto d’osservazione privilegiato sulla zona. «Da quando hanno trasformato questa piazza, eliminando i parcheggi e il prato hanno dato il definitivo colpo di grazia al rione. Oggi non c’è davvero più nessuno che arrivi fino a qui». «I dossi per far rallentare le auto - chiude Gianni Cuda - se li è portati via lo spalatore e non son più tornati, i turisti da queste parti sono mosche bianche, gli anziani son costretti a farsi migliaia di scalini al giorno perché mancano gli autobus, le macchine sfrecciano lungo le strade deserte di un dormitorio. E’ sufficiente tutto questo per dire che se Oltrisarco è di serie B Aslago, come minimo, naviga in C1?». - Alan Conti

sabato 20 febbraio 2010

Rabbia, vaccino obbligatorio


Alto Adige — 19 febbraio 2010 pagina 17 sezione: CRONACA

BOLZANO. La vaccinazione antirabbica per i cani diventa obbligatoria. La decisione arriva da una direttiva provinciale, prontamente accolta dal Comune che ieri ha presentato le iniziative messe in atto per prevenire qualsiasi forma di diffusione della malattia. Un calendario di appuntamenti, in tre punti strategici della città, dove un veterinario dell’Asl provvederà a vaccinare tutti i cani che verranno portati. Il costo dell’operazione è di 5,50 euro. Salate le multe per i proprietari che non si adegueranno alla direttiva: 305 euro. Il pericolo della rabbia non si affacciava in Provincia dagli anni ‘80, ma quest’anno si sono registrati i primi casi nel Bellunese e l’altro giorno una volpe infetta è stata trovata in Trentino. «La rabbia arriva dalla Croazia - spiega Salvatore Barone del Servizio veterinario dell’Asl - e c’è il rischio che penetri anche nella nostra provincia. La tipologia è quella della rabbia silvestre, trasmissibile attraverso il morso degli animali selvatici, che una volta contratta è letale e non prevede terapia. I sintomi della patologia sono un cambiamento repentino del comportamento dell’animale, ma anche la possibile paralisi della zona mascellare, oltre alla più “classica” bava e aggressività. Sono state lanciate esche per le volpi lungo le zone di penetramento come la val Pusteria, la val Gardena e la parte sinistra dell’Adige. A breve toccherà anche a Sarentino e San Genesio. Proprio per questo motivo è stato prolungato il periodo di apertura della caccia alla volpe: una volta catturate vanno portate all’Istituto zoo profilattico per le analisi del caso. Raccomandiamo, comunque, di non portare i cani a spasso in queste zone perché potrebbero far scappare le volpi e rendere vane le esche». «Ricordiamo - ha detto l’assessore comunale Klaus Ladinser - che la malattia si può trasmettere anche dal cane all’uomo, quindi si tratta di una faccenda delicata che va trattata con le dovute contromisure». A spiegare nei dettagli l’iniziativa delle autorità sanitarie ci pensa Renato Spazzini dell’Ufficio Ambiente comunale. I cani potranno essere portati oggi dalle 9 alle 13.30 e martedì 23 dalle 9 alle 11 al centro Premstaller dei Piani; venerdì 5 marzo dalle 9 alle 13.30 e martedì 9 dalle 9 alle 11 sarà la volta della Sala Polifunzionale di via Ortles; venerdì 26 febbraio, il 12 e 19 marzo dalle 9 alle 13.30 e martedì 2, 16 e 23 marzo dalle 9 alle 11 i padroni potranno recarsi al magazzino comunale di fronte al lido di viale Trieste. I cani soggetti a vaccinazione devono aver superato i tre mesi di età e non devono essere già coperti dal vaccino che, in media, ha una durata da uno a tre anni. Per questo motivo è bene portare con sé il libretto o il passaporto del cane. «Su un totale di 5.000 cani bolzanini prevediamo che almeno la metà avrà bisogno dell’antirabbica, ma ancora si tratta di numeri approssimativi. Tassativo, durante le iniziative, l’obbligo del guinzaglio e meglio portare con sé anche la museruola. La vaccinazione può essere effettuata tranquillamente anche dal proprio veterinario di fiducia, ma il prezzo potrebbe essere più alto». Per i gatti, invece, il vaccino non è ancora obbligatorio. Spiega Barone: «Non c’è nessuna direttiva, noi possiamo solo consigliarla. Chiaro, però che si tratta di una situazione da monitorare anche quella relativa ai felini». - Alan Conti

Fratelli parrucchieri, la storia dei Vincenzi è la storia di via Milano


Alto Adige — 19 febbraio 2010 pagina 35 sezione: AGENDA

BOLZANO. «Le uniche cose che non sono cambiate in questo quartiere in cinquant’anni, sono la barba e i capelli»: la battuta la dice Fausto Vincenzi, uno che, assieme al fratello Giacinto, rappresenta un pezzo di storia di via Milano. Di capigliature se ne intende, anzi se ne intendono: i fratelli Vincenzi hanno festeggiato sobriamente ieri i 52 anni di attività e l’imminente meritata pensione, come parrucchieri e barbieri al servizio di intere generazioni di bolzanini. Era il 1958, volendo essere precisi il mese di marzo, quando Fausto, per tutti Franco, e Giacinto hanno deciso di coronare il loro sogno di bambini. «Da subito la nostra intenzione è stata diventare barbieri e i primi anni li abbiamo dedicati all’apprendistato. Una volta era così, un po’ per mancanza di soldi e un po’ perché la cultura della formazione dell’artigiano era più forte di adesso». Dopo aver risparmiato qualche denaro e accumulato esperienza, i Vincenzi hanno deciso di mettersi in proprio in una piccola bottega al civico 49 di via Milano. Era il 1958, mese di marzo, quando aprirono una barberia che ancora oggi, in tempi di saloni luccicanti e patinati, ha mantenuto le caratteristiche tipiche di una volta: ambiente raccolto e tanta voglia di accompagnare lo sferragliare delle forbici con il ritmo delle chiacchiere. «Il mestiere - riprende Franco - è cambiato più negli strumenti che nella tecnica: l’attenzione e l’esperienza hanno anche oggi la loro importanza, così com’è determinante la cultura del lavoro». I Vincenzi sono originari di Mantova, ma praticamente cresciuti a Bolzano. «Avevamo 7 e 9 anni quando siamo arrivati in città: i nostri genitori trovarono lavoro qui». Li accolse una Bolzano diversa da quella di oggi. «Certamente - sorride Franco - ricordo ancora i viottoli di questa zona, le Semirurali, le pochissime macchine... Tutto è cambiato. Pensi che noi andavamo a scuola al Regina Elena (vicino all’odierna via Cassa di Risparmio, ndr) e abitavamo a Don Bosco: tutti i giorni tre chilometri a piedi. Oggi sarebbe impensabile». Il segno del tempo che galoppa, però, arriva da una curiosa comparazione dei prezzi: «Nel nostro primo anno un taglio costava 80 o 100 lire, oggi 13 euro e teniamo ancora i prezzi molto bassi». Del parrucchiere è proverbiale la capacità di stare ad ascoltare i pettegolezzi: Franco, però, non si sbilancia. «Quello che mi diverte di più sono le barzellette, pulite mi raccomando. Qualche “gossip”, certamente, l’ho sentito, ma non posso svelare troppo». Che i fratelli Vincenzi siano entrati nel cuore della gente lo dimostra il fatto che in salone sono diversi gli amici che, come Aldo Giusti, passano anche solo per un saluto. «I capelli? No, oggi vanno bene - ci racconta - io passo anche solo per farmi due risate con Franco. Cosa vuole, io e i fratelli Vincenzi giocavamo insieme sin da bambini. Ricordo quando si andava in strada qui vicino a sfidarci a gienga, un gioco coi bastoni che i bimbi di adesso non fanno più». Seduto sul divanetto, in attesa, c’è Jakob Oberkalmsteiner: «Da trent’anni vengo qui, da quando mi sono trasferito. Nessuno riesce a mettermi in ordine barba e capelli come loro e devono assolutamente continuare ancora per molti anni». Sotto la lama del rasoio, invece, troviamo Milo Ottoboni che loda i Vincenzi «per la loro capacità di credere sempre nell’artigianato. Una volta era normale, ma da qualche anno guadagnano solo gli idraulici e la vita di questo settore si è fatta complessa, piena di spese e, a volte, scarna di guadagni». - Alan Conti

martedì 16 febbraio 2010

I giovani tedeschi: "Più convivenza"


Alto Adige — 13 febbraio 2010 pagina 17 sezione: CRONACA

BOLZANO. I giovani tedeschi danno un calcio ai pregiudizi etnici. Se il vescovo Golser richiama tutti alla convivenza e qualche parroco individua proprio nei ragazzi la spinta decisiva, si può dire che gli studenti delle scuole superiori in lingua tedesca rispondono positivamente all’appello. L’entusiasmo, però, non basta e sono proprio loro che chiedono aiuto alle istituzioni per slegare l’apprendimento della lingua di Dante dal solo fattore ambientale o familiare, concedendo un’opportunità anche a chi non è attorniato dalla realtà italiana. «Amici italiani? Davvero pochi, ma non è questione di volontà», dice Thomas Gallina del liceo classico Walther von der Vogelweide. «In alcuni paesi - gli fanno eco Thomas Wiedenhofer e Marc Stampfer - non è facile avere un contatto con la vostra realtà, pur cercandola». Concetto rafforzato da Katia Vettori: «A Terlano, per esempio, le famiglie italiane sono poche. In città è più facile provare a frequentarsi». «Sì, ci si vede - replica Chiara Stuflesser - anche se capita di andare negli stessi locali la sera e poi rimanere comunque in gruppi separati. Non essendo amici dalla scuola, le fusioni a freddo sono sempre difficili». Sophia Weifner esprime il desiderio “di trovare il modo di parlare l’italiano anche al di fuori del contesto scolastico, dove ci insegnano a comprenderlo, ma meno a produrlo attivamente”. Lena Obkircher sottolinea un paradosso: «Parlo più la vostra lingua quando vado al mare che in Alto Adige. C’è da riflettere su questo». Anja Mirkovic, invece, ha trovato amicizie italiane ad Appiano: «Parlando ci si accorge come migliorare le proprie conoscenze e le differenze culturali. Gli italiani sono più aperti e in cerca di divertimento: un pregio e un difetto secondo le circostanze». Claudia Schmuck evidenzia come “Bolzano offra molte più opportunità dei paesi, dove abita la maggior parte di noi”, mentre Katharina Sölva pone l’accento su un fenomeno molto diffuso: «Noi tedeschi abbiamo il vantaggio che nelle relazioni mistilingui l’idioma scelto è sempre l’italiano».Claudia Devall vede “nei locali del centro la vera opportunità”, mentre l’amica Linda Schwarz frequenta “il centro giovanile “Pippo”, dove veramente si riesce ad avere un rapporto stretto di convivenza”. Chi il problema di imparare la seconda lingua non ce l’ha è Manuel Tait, incontrato al cancello dell’Itc “Kuntner” in compagnia della fidanzata Lea Thaler. «Tutto dipende dalle circostanze. Io abito a Salorno con genitori mistilingui e di conseguenza passo senza problemi da una lingua all’altra, ma chi abita verso Sarentino, per esempio, non ha questa opportunità». Lea conferma: «Io sono di Sarentino e davvero le possibilità di imparare l’italiano sono minime». Qualcuno, a taccuino chiuso, suggerisce la scuola bilingue. Spunti interessanti, inoltre, arrivano dalle insegnanti dell’istituto di via Guncina. Monica Ludescher, professoressa mistilingue di educazione fisica, ripropone la questione della zona di provenienza. «Non solo alcuni paesi sono svantaggiati, ma anche determinate zone di Bolzano, come la Gries storica, non consentono di fare pratica con l’italiano. Europa-Novacella, invece, rappresenta un bel mix stimolante». Giovanna Berloffa, infine, insegna italiano: «I ragazzi vanno avvicinati dal punto di vista culturale ed ecco perché leggo i quotidiani italiani in classe, consiglio programmi televisivi e supporto “Bus Stop”, uno spettacolo teatrale creato con il liceo scientifico Torricelli. È vero infine che la lingua di Dante è quella più usata nei rapporti misti, ma i problemi di produzione attiva della lingua rimangono sempre tanti». - Alan Conti

sabato 13 febbraio 2010

Le mamme di via Crispi raccolgono 150 firme per salvare l'area giochi


Alto Adige — 12 febbraio 2010 pagina 19 sezione: CRONACA

BOLZANO. Un fazzoletto verde che sarà appallottolato e gettato nel cestino. Al Dopolavoro Ferroviario di via Crispi, ieri, è stata una festa di Carnevale particolare: mamme e bambini insieme per chiedere di non abbattere un parco giochi che, protetto dalle case, rappresenta uno svago sicuro per i piccoli e un tranquillo luogo d’incontro per i più grandi. La storia è recente: il cortile retrostante il Dopolavoro verrà rivoltato per permettere la costruzione di una palazzina di sei piani e l’innalzamento di ulteriore cubatura aderente al civico 38. Tutti appartamenti per l’edilizia privata, salvo un pianoterra dove sorgeranno una palestra e una struttura per bambini. Uno stravolgimento che porterà alla sparizione del parco giochi che ha visto crescere decine di bimbi della zona. Da qua la petizione lanciata ieri da un gruppo di genitori e nonni che in poche ore ha toccato quota 150 firme: «L’obiettivo - spiega una delle promotrici Chiara Rabini - è di arrivare a 200 adesioni. Attenzione, però, che noi non protestiamo solamente, ma proponiamo delle alternative: ci piacerebbe, per esempio, venisse costruito un parco simile in piazza della Madonna oppure in vicolo San Giovanni. Qui è bello e riparato, ma salvarlo sarà molto difficile». Il parco giochi, infatti, sorge su una proprietà dell’associazione nazionale del dopolavoro ferroviario che intende avviare l’operazione delle palazzine per fare cassa. La stessa commissione edilizia comunale ha approvato il progetto senza battere ciglio, trattandosi di zona residenziale. «Un’alternativa - chiede Francesca Califano - va trovata per non penalizzare questa parte del centro che rischia di rimanere completamente sprovvista di un parco di prossimità: una mancanza rilevata anche dal Vke e dallo stesso Masterplan». L’accesso al fazzoletto verde, comunque, è ristretto: «Bisogna avere la tessera del dopolavoro - chiarisce Diego Mantovan - ma non è mai stato un problema. Adesso, invece, si rischia di creare in città dei veri e propri pendolari del verde che per far giocare i propri figli sono costretti a prendere la macchina». La petizione di ieri, accompagnata dal vociare allegro dei bambini in maschera, non è la prima iniziativa simile del Comitato. «Qualche mese fa raccolsi cinquanta firme - racconta Michela Lazzari - in una lettera che ho mandato a sindaco, circoscrizione, Vke, Dopolavoro Ferroviario locale e nazionale e nessuno che si sia degnato di darmi una risposta. Non lamentiamoci, poi, che lentamente sparisce la cultura del cortile, mangiata dalla televisione. L’unico spazio che ci rimarrà, infatti, sarà un parcheggio. Se non sbaglio qualche anno fa si verificò una situazione simile in via Max Valier e il parco fu salvato». Gli adulti, comunque, non sono lasciati da soli nella protesta visto che Mattia, 8 anni, ha scritto di suo pugno una lettera per il sindaco. «Da quando ero piccolo - si legge - vado a giocare nel parchetto, mi diverto con il pallone, ad osservare gli insetti e annaffiare i fiori. Ho una ventina di amici che vengono con me e se ci comportiamo bene possiamo addirittura comprarci un gelato al bar lì vicino. Sono preoccupato perché mi hanno detto che tra poco il parco non ci sarà più: non ho una casa al mare o in montagna e in estate rimarrò da solo a casa. Lei ci può costruire un altro parco giochi, così poi io lo dico ai miei amici e ci troviamo tutti lì?». - Alan Conti

venerdì 12 febbraio 2010

Sacerdoti con Golser: sì alla convivenza


Alto Adige — 11 febbraio 2010 pagina 03 sezione: CRONACA

BOLZANO. Per la convivenza il vescovo Karl Golser si espone sui giornali, ma alle sue spalle può contare sul sostegno di chi porta quotidianamente il messaggio cristiano tra i fedeli. I parroci, dunque, promuovono a pieni voti le direttive del primo anno di episcopato del Vescovo, capace di inserirsi nella scia delle grandi tematiche dei predecessori Egger e Gargitter, pur mantenendo un profilo personale nel guidare la chiesa provinciale. Convivenza, dunque, è la pietra angolare degli ultimi anni: un cammino che molte parrocchie hanno già intrapreso. «Da noi - spiega don Giacomo Milani di “Cristo Re” - si tratta di un discorso ben avviato con una trama di rapporti quotidiani che invita i fedeli al costante rispetto della diversità. Capita molto spesso, per esempio, di fare feste nell’altra lingua». Don Giacomo ne fa anche una questione generazionale: «I giovani sono molto più liberi degli adulti dai preconcetti. L’università in un’altra lingua, per esempio, sta diventando una piacevole abitudine». Benno Malfèr, Abate dell’elegante convento dei Benedettini in Piazza Gries individua il nocciolo del problema. «Le occasioni per convivere nella società non mancano di certo: compito della chiesa è di favorire l’atteggiamento individuale. Il cuore della questione, infatti, è la conoscenza della lingua: è inutile far finta di non considerare il bilinguismo come la base indispensabile per avvicinarsi all’altra cultura. Una bella idea potrebbe essere quella di andare con la famiglia a vedere spettacoli teatrali nell’altra lingua». Malfèr, quindi, insiste sulla partecipazione e propone la Chiesa altoatesina come esempio: «In questa terra, al di là delle associazioni economiche e di imprenditori, non esiste un’organizzazione culturale che abbia raggiunto il grado di convivenza che esiste nella Chiesa». La parrocchia di Gries, invece, vive quotidianamente la realtà bilingue del quartiere e non a caso due sono i parroci: Paolo Rizzi per la comunità italiana e Robert Gamper per quella tedesca. «Siamo perfettamente d’accordo con l’indirizzo dato dal Vescovo ed è quello che, giorno per giorno, cerchiamo di trasmettere ai fedeli. Nei due gruppi linguistici, per la verità, la voglia di conoscersi e venirsi incontro è tangibile». Qualche distinguo sulla Chiesa come esempio di convivenza, però, lo fanno entrambi. «Siamo ancora lontani dalla perfezione poichè continuano ad esistere due diverse pastorali. Certo che stiamo progredendo sempre di più». Più secca, invece, la dichiarazione di Don Jimmi della Chiesa “Tre Santi”: «Il vescovo ripropone quello che stiamo facendo da anni. Qui le funzioni in entrambe le lingue sono la prassi e la comunità si sente unica, senza distinzioni di identità linguistiche». «Quello che dice il vescovo va bene - spiega don Olivo Ghizzo, parroco di Regina Pacis - soprattutto perchè traccia un orizzonte culturale che è esattamente quello su cui si deve muovere la chiesa altoatesina. L’insistenza nell’individuare una ricchezza nell’alterità e il disinnesco dei pericoli che si porta dietro il concetto di identità sono pratiche quotidiane che siamo chiamati ad affrontare. Golser, in tutto questo, è molto presente e mi ha stupito molto quando, in occasione della Festa dei Popoli, rimase da noi per tutto il giorno, senza limitarsi al compitino. Tutto questo, infatti, non vale solo per la dicotomia italiani-tedeschi, ma è allargabile anche nei confronti delle altre fedi. Dio è il padre di tutti: solo questo insegnamento dovrebbe bastare». Don Olivo, comunque, ha speso una vita in parrocchia e ha conosciuto bene anche Monsignor Egger: «Si tende molto a inserire Golser nella scia del suo predecessore. Tutto vero nella missione pastorale, ma come tecniche comunicative sono agli antipodi: Egger era un biblista eccellente, interpretava la cronaca con le scritture, Golser ha fatto studi morali e guarda più all’aspetto della coscienza comportamentale. Il primo era più teorico, il secondo più pratico». Un modo per avvicinare anche i giovani? «Può essere, anche se la sbandierata crisi di vocazioni può avere una lettura positiva: oggi abbiamo solo giovani sacerdoti completamente motivati e, uscendo da Bressanone, perfettamente bilingui». Chiude il vicario della diocesi, don Giuseppe Rizzi: «Il messaggio di Golser interpreta il desiderio più forte della nostra comunità. A volte questa convivenza diventa piacevole realtà, altre è solo un sogno. La Chiesa, in tutto questo, può giocare un ruolo centrale». - Alan Conti

Giorno del ricordo, si celebrano le vittime delle foibe


Giorno del Ricordo, si celebrano le vittime delle foibe
Alto Adige — 11 febbraio 2010 pagina 29 sezione: AGENDA

BOLZANO. Una giornata di celebrazioni ufficiali istituita, va detto, con ritardo, e molto sentita. Queste le conclusioni all’indomani del Giorno del Ricordo, che il 10 febbraio ha rimembrato il sacrificio degli esuli giuliano - dalmati sterminati nelle foibe nel periodo 1943 - 1947. Una memoria molto sentita a Bolzano, dove gli esuli giuliano - dalmati hanno contribuito in modo concreto allo sviluppo della città. Per questo ieri la deposizione di corone alla lapide posta sulla passeggiata Lungotalvera S.Quirino, all’altezza di via Fiume, è stata la prima di una serie di celebrazioni. Alla presenza delle autorità politiche, civili e militari e delle varie associazioni combattentistiche e d’arma, il sindaco Luigi Spagnolli ha aperto gli interventi lasciando poi la parola a Ivan Benussi, presidente dell’Associazione provinciale degli esuli, che ha sottolineato l’importanza di questa giornata: «Un’occasione di riappacificazione nazionale e perchè ciò che è accaduto - ha detto - non si ripeta». Note ufficiali sono state diffuse da diverse formazioni politiche o da loro esponenti, dalla Lega Nord al Pd, da Sinistra e Libertà al Pdl che con il vicepresidente del consiglio provinciale, Mauro Minniti, ha addirittura citato Gramsci ricordando gli anni di oblìo sul dramma degli infoibati e sottolineando che «tenere nascosta la verità non è solo un inganno o una truffa ma un inquinamento che avvelena e tarpa la vita di tutti». Notevole il riscontro al gazebo installato per ricordare le vittime delle foibe, nel pomeriggio in piazza Matteotti dai Giovani del Pdl e di Alternativa Studentesca che in mattinata avevano affisso volantini davanti all’entrata delle scuole. «Sono morti - ha ricordato, volantinando al gazebo, il presidente dei Giovani del Pdl, Alessandro Bertoldi - nazionalisti, partigiani, fascisti, antifascisti, sacerdoti, ebrei cattolici, industriali, bambini, poliziotti e carabinieri attraverso fucilazioni, torture e infoibamenti. Cercare di circoscrivere questa giornata solo a una parte politica è sbagliato e non rende giustizia a chi ha sofferto di una violenza che non faceva alcuna distinzione». Il volantinaggio, infatti, mirava a coinvolgere la popolazione e a far capire che la giornata va oltre gli schieramenti. «Ci siamo riusciti in parte - così Bertoldi -, purtroppo per lungo tempo ci sono state delle resistenze nella destra nel ricordare le vittime dell’Olocausto, così come a sinistra si fatica a condannare l’operato di Tito in modo netto. Credo che lentamente, soprattutto i giovani, possano modificare questo atteggiamento e partecipare con trasporto ad ambedue le Giornate senza condizionamento». In serata poi, la sezione locale di CasaPound ha organizzato un corteo, con il motto “La verità non può essere infoibata”: alcuni giovani dell’associazione culturale si sono riuniti via via nella piazzetta fra viale Europa e via Palermo, ovvero quella che è stata già chiamata piazzetta Martiri delle foibe, e da qui poco prima delle 21 è partito il corteo che ha poi raggiunto la stele sul Talvera.

giovedì 11 febbraio 2010

L'altoatesina più anziana nata in Russia e cresciuta alla corte dello Zar


Alto Adige — 10 febbraio 2010 pagina 17 sezione: CRONACA

BOLZANO. Nel suo sangue corre la tempra del Generale Inverno, ma è negli occhi azzurro ghiaccio che Alessandra Moisseva proietta la Russia. L’albero genealogico di questa signora è di quelli nobili: papà Carlo era un ufficiale dello zar Nicola, mentre mamma Lenina una dama di compagnia della zarina Alessandra, cui deve il proprio nome di battesimo. Il giorno della Rivoluzione d’Ottobre Carlo capisce che la situazione può precipitare da un momento all’altro e ordina a moglie e figlia di scappare con lui. Inizia una vita da profughi che tocca varie nazioni e le città più prestigiose del Secolo Breve per poi approdare a Bolzano, a Villa “Don Bosco”, dove oggi Alessandra è amorevolmente curata dalle operatrici dell’Assb. Una storia straordinaria. Ma Alessandra Moisseva, con i suoi 104 anni, è anche la persona più anziana dell’Alto Adige. Lei ci aspetta seduta elegantemente e vegliata dalla responsabile del terzo piano Donatella Vinci. Sul tavolo alcuni scatti d’epoca con dentro la sua vita: c’è tanta Bolzano, ma anche Vienna e Parigi. Con grande dolcezza è lei che lentamente racconta la sua storia: «Sono nata il 2 settembre 1905, un’altra epoca - sorride - e ho ricevuto l’educazione ferrea del Palazzo dello Zar. Certo, ogni tanto si giocava tra bambini, ma è chiaro che eravamo figli di ufficiali quindi dovevamo imparare un certo comportamento, consono al nostro rango. I maestri erano severi, non si mangiava tanto e le feste erano poche, ma l’atmosfera era unica». Per accendere la luce sul viso di Alessandra basta accennare all’omonima zarina: «Bellissima, elegante e davvero disponibile con tutti. Impossibile scordarla. Il Palazzo, poi, era grande e signorile. Qualcuno dice che sono l’ultima della discendenza di Palazzo, ma non so se sia vero. Ricordo bene il giorno che siamo scappati: mio padre scrisse un biglietto e fuggimmo verso la Francia». Da lì in poi comincia un’altra vita e sul Palazzo russo comincia ad accumularsi la polvere del tempo: «Parigi, poi Vienna, Merano e Bolzano. Imparai le lingue per sopravvivere e oggi conosco russo, italiano, tedesco e francese perfettamente: lo dica ai giovani, saper comunicare è importante». La famiglia Moisseva è agiata, ma sono proprio le lingue che permettono alla giovane Alessandra di trovare un lavoro: «Insegnavo russo. Ancora oggi lo parlo con le inservienti mie connazionali». A Bolzano Alessandra trova un’amica più giovane che la tratta come una nonna: «Si chiama Gabriella, era la mia vicina di casa in via Rosmini. Ancora oggi è l’unica che mi viene a trovare quasi ogni giorno». Lo scrigno dei ricordi, però, si è aperto tardi: «All’inizio - spiega l’operatrice Donatella Vinci - era restia a raccontare del suo passato. Forse aveva paura perché non si sentiva protetta. Non dimentichiamoci che ha vissuto per anni da apolide. Oggi ascoltarla è magnifico. Ha anche i suoi piccoli vizi: miele e acciughe non devono mai mancare nella sua dieta e guai a toccare le sue bambole». Proprio le bambole sono un autentico reperto: stile russo, perfettamente conservato, che raccontano di un’infanzia di un secolo fa. A fianco al letto, infine, una serie di libri in cirillico. Non è mai più tornata, ma la Russia non si è mai allontanata dal suo cuore: «Quanto mi piacerebbe tornare a Palazzo, sarebbe un regalo splendido per i 105 anni». - Alan Conti

mercoledì 10 febbraio 2010

Un problema irrisolto:il traffico


Alto Adige — 09 febbraio 2010 pagina 17 sezione: CRONACA

BOLZANO. Il nostro viaggio nel quartiere prosegue lungo l’asse viale Europa-via Palermo. Anche qui i commenti non si discostano da quelli raccolti in altre strade del rione. Il fotografo Franco Ferrari denuncia «piccoli atti di microcriminalità: mi hanno rubato la bicicletta più volte». La coppia Rodolfo Demanega ed Erna Kasslatter lamenta «un traffico che nelle ore di punta è davvero sostenuto. Il rapporto tra i gruppi linguistici, invece, in questo quartiere è davvero esemplare». Una risposta a chi vuole vedere divisione a tutti i costi. Traffico problematico anche secondo un altro residente, Giorgio Fontana: «Visto che in via Palermo tanti parcheggiano in doppia fila e molti sono i camion che riforniscono i negozi». Ezio Albertini migliorerebbe i parcheggi e Mario Di Fidio, da poco trasferito a Firmian, compara le due realtà: «A livello di offerta di servizi siamo lontani anni luce». Stefano Ravaro, infine, chiude con una bella notizia: «Difficoltà possono essercene - commenta per il nostro taccuino - ma il dato più bello arriva dalla biblioteca dove lavoro e indica che i residenti leggono sempre di più e i prestiti, negli ultimi anni, sono cresciuti sensibilmente». I libri più letti? «La narrativa è più “popolare” rispetto ad altri filoni lettarari». Dolce ossessione. (a.c.)

Europa-Novacella, negozianti in fuga


Alto Adige — 09 febbraio 2010 pagina 17 sezione: CRONACA

BOLZANO. Popolare: è questo l’aggettivo più utilizzato dagli abitanti di Europa-Novacella per descrivere il loro quartiere. Definizione bifronte, perché se da una parte identifica l’abito che la storia ha consegnato a queste strade a forte tasso di italianità, dall’altra descrive l’affetto che i residenti provano per un rione dal quale difficilmente si staccherebbero. Nel complesso si può dire che Europa-Novacella sia una realtà che soddisfa ampiamente i residenti, dove nessuno nega l’alta qualità della vita, ma tutti suggeriscono personali ritocchi per rendere il tutto ancora più “popolare”. «Il traffico e i lavori su Ponte Roma, in effetti, qualche disturbo lo arrecano, ma speriamo che tutto si possa risolvere a breve», inaugura la carrellata di opinioni Claudio Mezzalira. Melitta Righi, invece, esprime qualche preoccupazione per il futuro condominio che dovrebbe sorgere tra viale Trieste e via Napoli: «Oggi è tutto perfetto. Spero solo che il nuovo caseggiato non ci privi del sole - argomenta la donna - e che sia di dimensioni accettabili, proporzionato insomma agli edifici già esistenti». Spostandoci lungo via Torino incontriamo Luciana Vettorazzo: «Il problema è che i negozianti scappano tutti verso il centro del capoluogo - afferma la donna - e qui rimangono solo le vetrine vuote. Bisognerebbe incentivare il commercio in periferia per evitare l’esodo». Enzo Ferrarese ripensa alla vecchia piazza Matteotti, «che era veramente un luogo d’incontro e di aggregazione sociale», mentre Bruno Concin osserva come «gli stranieri, rispetto ad altre zone della città, siano veramente pochi e i collegamenti della Sasa abbastanza soddisfacenti». Adriano Piva, invece, è di opinione diversa: «Gli extracomunitari sono aumentati in modo esponenziale negli ultimi anni, ma i rapporti, per ora, sono buoni». Renato Dalfollo azzarda un paragone d’annata: «Arrivando dalle Semirurali ho ritrovato un poco quello spirito di comunione, anche se i tempi sono cambiati e c’è più diffidenza tra le persone». Ma quella, ormai, è diffusa un po’ ovunque nelle città, anche di media grandezza come Bolzano. Francesco Calovi e Guerrino Turra, invece, rispolverano il cruccio di piazza Matteotti: «Spoglia e snaturata rispetto a quando c’erano i banchetti e un certo movimento. Sembra piazza Mazzini, credo che Bolzano non sappia gestire questi spazi». Silvana Farina Micheluzzi, invece, propone un’analisi “professionale”: «Ho fatto la maestra per tanti anni e posso dire che è cambiato il modo di rapportarsi dei bambini. La vita di cortile, per esempio, non esiste davvero più e questo è un peccato perché era una tradizione di questa zona». Emidio Mazzoni, invece, punta il dito su un problema a volte sottovalutato: «In via Rovigo i tetti sono una distesa di amianto. E’ necessaria una bonifica radicale, soprattutto pensando ai giovani». Lungo l’asse Europa-via Palermo il tenore delle dichiarazioni rimane simile, ma fanno capolino nuovi argomenti di discussione. Mariagrazia Masarin, per esempio, rifiuta l’etichetta di dormitorio: «Uno stereotipo che difficilmente viene confermato da chi vive nei grandi palazzi di viale Europa». La figlia Sonia Bombonati, dal canto suo, ci regala uno sguardo giovane: «E’ vero che i luoghi di ritrovo sono quasi tutti nel centro città, ma ci si può spostare la sera senza rinnegare i pregi di questa zona. Mi piace, inoltre, che i cani abbiano libertà di movimento». Nella discussione interviene Mario Terrin: «I padroni, però, lasciano escrementi dappertutto. Non solo, è pieno di gente che chiede l’elemosina e fino a qualche tempo fa - si lamenta Terrin - la nuova piazzetta Europa si allagava con la pioggia». - Alan Conti

martedì 9 febbraio 2010

Svendite, meno affari in periferia


Alto Adige — 08 febbraio 2010 pagina 10 sezione: CRONACA

BOLZANO. Sono diversi i negozianti bolzanini che lamentano un fatturato delle vendite minore rispetto ai saldi dello scorso anno e qualcuno punta il dito contro la partenza ritardata al 9 gennaio, quando a Trento e Verona già tintinnavano le casse da qualche giorno. Non mancano, ad onor del vero, i commercianti che vorrebbero spostare i saldi verso la fine di gennaio, così come ci sono i negozi che registrano un piccolo aumento degli incassi. «La prima settimana è stata un autentico assalto - racconta Cinzia Scarperi, responsabile di “Tezenis” - con la gente che si affollava come al mercato. Hanno acquistato di tutto, ma la maggior parte ha prestato attenzione a spendere con giudizio. La partenza al 9, comunque, ha creato problemi a noi, ma anche ai clienti che non volevano andare fuori città». Peter Oberschartner, responsabile di “Sportler” è più drastico: «Lievemente peggio rispetto allo scorso inverno, nonostante un primo giorno davvero positivo. Il fatturato ha fortemente risentito dello slittamento della data di partenza dei saldi perché, così facendo, abbiamo vanificato almeno quattro giorni buoni per intercettare chi ancora era in vacanza. L’attrezzatura e l’abbigliamento invernale, comunque, sono sempre una garanzia». Concorda anche Walter Bassani del vicino “Northland”: «Noi siamo andati meglio dell’anno scorso, ma semplicemente perché nel 2009 eravamo appena arrivati. Qualche cliente è arrivato anche da fuori città, certo che se avessimo potuto iniziare un paio di giorni prima». Marc Buhrow di “Porticus P8” rincara la dose: «Non sa quanti mi hanno detto che erano già stati a Trento. Purtroppo è andata così, ma non possiamo lamentarci più di tanto visto che giacche e jeans, complici le rigide temperature, si sono venduti bene». Kristin Waldthaler è la proverbiale eccezione che conferma la regola: «Le svendite? Quasi meglio della stagione passata. Molto bene l’intimo, ma anche il settore delle giacche. Un fenomeno classico del periodo dei saldi è il netto cambiamento della clientela che è totalmente differente da quella attuale: i bolzanini sono veramente attenti al portafoglio e si muovono con acume. Numerosi i turisti: dai classici germanici ai russi in cerca delle grandi firme italiane. Personalmente non capisco tutto questo affannarsi per partire prima: fosse per me inizierei le svendite il 20 di gennaio». Della stessa opinione Priska Lunger dalla cassa di “Malika”: «Abbiamo cominciato appena finite le feste, cosa si pretende di più? Il risultato, oltretutto, è stato più o meno lo stesso degli altri anni». Si è sorriso un poco meno nelle zone più popolari e periferiche, dove la clientela è quella del quartiere e contare sul turismo è un azzardo. «Per noi il bacino bolzanino è fondamentale e se lo si costringe ad andare in altre città andiamo in difficoltà», sintetizza chiaramente Sabina Leonetti di “Santa Fè” in via Torino. «Maglieria e pantaloni, comunque, sono andati bene, ma certamente non raggiungiamo i livelli del Centro». Olivera Ivanov di “Centovetrine”, infine, non si sbilancia: «Praticamente uguale al 2009, nonostante il boom della giacche. Qualche turista l’abbiamo visto anche qui, ma certamente meno che sotto i Portici. La partenza ritardata ha creato confusione nei clienti e messo in difficoltà i commercianti». - Alan Conti

lunedì 8 febbraio 2010

Gianni Pegoraro, il pittore che ritrae i politci locali


Alto Adige — 07 febbraio 2010 pagina 31 sezione: AGENDA

BOLZANO. «Sa quali sono i veri bambinoni mai cresciuti? I politici. Ogni giorno si azzuffano e a volte sono anche molto buffi». Giovanni Pegoraro, per tutti Gianni, è un istrionico artista che da qualche tempo ha deciso di dedicarsi ai ritratti dei politici locali. La casa di Pegoraro, in via Mendola, è un atelier artistico: ovunque vada a poggiarsi lo sguardo, s’imbatte in un’opera d’arte, dal porticato che introduce alla sala da pranzo fino a un caminetto che non sfigurerebbe nella barcellonese Casa Battlò di Gaudì. Sul cavalletto del salotto troneggia un Giorgio Almirante che parla al microfono, vegliato da un giovanissimo Pietro Mitolo. «E’ preso da una foto del vostro giornale. Le foto storiche da riprodurre in bianco e nero sono un’ulteriore tappa del filone artistico dei politici locali che ho inaugurato un paio di anni fa». La galleria dei nostrani governanti è già ben fornita: «Sono 15 quelli che ho già completato. Ho avuto contatti con l’assessore comunale Primo Schönsberg per fare un’esposizione». Sicuramente Schönsberg sarà contento di scoprire che uno di questi ritratti, tutti di dimensioni imponenti, è proprio dedicato a lui. «Il più difficile da realizzare, per una questione cromatica e di miscelamento dei colori», dice Pegoraro. Il primo della serie, però, è un personaggio che ha segnato la storia e il pensiero locale. «Alexander Langer mi ha catturato per la sua storia e la carica morale. La politica, l’ho detto, è quasi un teatrino grottesco, dove le polemiche legate ai gruppi linguistici mi sembrano anacronistiche. Sono veneziano d’origine, cresciuto a Bolzano e ho tantissimi amici tedeschi». Vicino al volto di Langer troviamo un altro omaggio significativo: Silvano Bassetti. «Doveroso per quello che ha fatto per la città». La carrellata continua con un Luis Durnwalder di proporzioni ciclopiche che «essendo importante, lo deve essere anche nelle dimensioni», e i sindaci Giovanni Salghetti, Giovanni Benussi e Luigi Spagnolli, «dedicati a chi governa la città». Non mancano le tele dei più focosi e pittoreschi Giorgio Holzmann e Michaela Biancofiore che, opportunamente, vengono tenute anche loro a debita distanza nel salotto. I volti di Sandro Repetto e Christian Tommasini, invece, paiono essere un omaggio alla cultura e alle rispettive competenze, passate e attuali, a livello istituzionale. Fa bella figura di sé, inoltre, un’Eva Klotz giovanissima affiancata da Elmar Pichler Rolle un po’ troppo abbronzato: «Molti devono essere rifiniti e devo ovviamente aggiustare il colore». Il più profondo di tutti, comunque, è indubbiamente Silvius Magnago, ripreso sia in primo piano sia durante un discorso al microfono: «Mi affascinano questi grandi personaggi storici. Anzi, invito tutti a inviarmi eventuali fotografie all’indirizzo ilgiannizzero@gmail.com». Quale, dunque, il prossimo soggetto da immortalare? «Ho una tela di grosse dimensioni e mi piacerebbe fare un gruppo, una giunta intera. Ma mi serve una foto: il mio lavoro, con olio, acrilico e tecniche differenti parte solo ed esclusivamente da foto, non dalle persone fisiche». Gianni, comunque, è un artista a tutto tondo che ha mosso i primi passi con i mosaici e in chiusura ci regala una riflessione sulla città: «A Bolzano le porte sono quasi tutte sbarrate o elitarie. Mi è capitato di non essere ammesso in associazioni senza capirne il motivo. Mi piacerebbe aprire un club dedicato a tutti gli artisti e agli amanti dell’arte per tutti, senza distinzioni né giudizi». Per trovare un politico cui chiedere aiuto, gli basterà pescare la tela giusta. - Alan Conti

Lub e Vetroricerca, la collaborazione crea nuovi prodotti


Alto Adige — 06 febbraio 2010 pagina 28 sezione: AGENDA

BOLZANO. L’università mette a disposizione capitale umano e artistico, le eccellenze altoatesine know how e professionalità. E nascono progetti di successo. Esemplare in questo senso è la partnership tra la facoltà di design della Lub, l’ateneo bolzanino, e il laboratorio cittadino Vetroricerca. Una collaborazione iniziata da tempo e che è maturata nel primo semestre del corrente anno accademico dove, all’interno dell’iniziativa “Handle with care” (maneggiare con cura), 13 studenti hanno potuto realizzare le loro idee sfruttando maestranze e professionalità del prestigioso centro di ricerca sulla lavorazione del vetro. Un laboratorio, quello di Vetroricerca, tra i più avanzati d’Italia, che nella collaborazione con i ragazzi ha trovato nuovi stimoli artistici, oltre che permesso ai propri allievi di frequentare corsi presso l’ateneo. «Per un designer - spiega il preside della facoltà, Kuno Prey - è fondamentale conoscere i materiali che dovrà utilizzare: poter apprendere le tecniche del vetro da un centro d’eccellenza è il meglio che si possa chiedere». Vetroricerca, infatti, segue una filosofia che l’ha portato a essere la punta di diamante italiana e al top in Europa. «Non ci soffermiamo - dichiara il responsabile Alessandro Cuccato - solo su una tecnica particolare, ma abbiamo contattato i migliori professionisti in circolazione per approfondire tutto. Dalla soffiatura del vetro alla lavorazione a caldo, passando per tecniche scultoree e artistiche o il restauro di vetrate. Il tutto offerto a studenti in arrivo da tutto il mondo». I giovani designer, quindi, hanno dovuto fare i conti con un materiale ostico. «Il vetro - riprende Cuccato - è molto sensibile alle variazioni termiche, fragile e difficilmente combinabile». Giampietro Gai, docente della facoltà, evidenzia le difficoltà: «I ragazzi si sono scontrati con la realizzabilità concreta della loro proposta che può presentare difficoltà impensate in fase di progettazione. L’artigiano, così, diventa complice e ti aiuta nella realizzazione». Complici di altissimo livello quelli offerti da Vetroricerca: il maestro di Murano, Silvano Signoretto, e l’esperto di boro-silicato (il materiale chiamato Pyrex, ndr) Fabio Marcomin; coordinamento del designer Steffen Kaz. I prodotti di questa sinergia sono stimolanti e gli stessi studenti ce li presentano. Silvia Vettoretti ha declinato a modo suo una tradizione familiare: «I miei genitori sono sommelier, così ho creato dei bicchieri da vino che potessero essere suonati una volta riempiti. Passare dal progetto carta alla realtà non è semplice». Innovativa l’opera di Sara Pallua: «Una tasca ricavata dal vetro della finestra, dove poter mettere le piante. Un’idea che ha creato difficoltà per la complessità della lavorazione ma anche perché era necessario fare attenzione a non creare un effetto serra mortale per i vegetali. I primi due prototipi sono stati un fallimento, poi ci siamo riusciti: anche così si impara la determinazione». Ha giocato col fuoco Maria Luise Marshall che ha ideato una sorta di centrotavola che contiene... fiamme. «Già, tutto grazie al Pyrex e al lavoro artigianale sui materiali. Non era facile, ma che soddisfazione!». Chiude la rassegna Stephanie Innerbichler: suo un candelabro stile barocco: «dalle forme complesse e con l’olio al posto della candela. Ho già avuto proposte commerciali ed è un’enorme gratificazione». Bolzano, quindi, anche grazie alla facoltà di design dell’ateneo si riscopre capitale del vetro. Forse meno patinata della famosa Murano, ma estremamente competitiva. - Alan Conti

mercoledì 3 febbraio 2010

Don Bosco non è un quartiere per vecchi


Don Bosco non è un quartiere per vecchi. O forse sì. L’inchiesta sul gruppo italiano che il sociologo Luca Fazzi ha presentato al nostro giornale anima le discussioni nelle strade e nei bar delle zone più popolari della città. Sono Europa-Novacella e Don Bosco i quartieri che Fazzi indica come roccaforte italiana di tutta la Provincia e, per la verità, piuttosto attempata visto l’autentico esilio di una generazione di bolzanini verso altri lidi. Siamo andati a parlare con chi queste strade le vive tutti i giorni, partendo proprio dal cuore pulsante di Don Bosco: via Resia. Dalle parole dei residenti, dunque, esce un quartiere che, atavico difetto italiano, difficilmente è omogeneo nello descrivere le problematiche, ma che appare a tutti come spaccato a metà: la vecchia parte dell’ex rione Dux popolato da anziani e la ventata di entusiasmo giovanile che spira dai nuovi Firmian e Casanova.
"Da poco mi sono trasferita qui dal Centro – comincia Luciana Eccher – e devo dire che non è la stessa cosa. Si vive bene, certo, ma il rapporto con gli stranieri non è sempre facile". Fulvio Paissan è il primo ad avventurarsi nel confronto con il passato: "I giovani? Non ci sono più, qui invecchia tutto. Anni fa era prassi vedere i bambini giocare in cortile, oggi questo non succede. Non solo, i ragazzi scappano non appena ne hanno la possibilità e questo non è un bel segnale. Manca, infine, un poco di solidarietà". Parlando di giovani è bene sentire anche la loro opinione: Anna Patruno si fa portavoce. "Certo che andiamo via: le prospettive di lavoro, divertimento e crescita professionale sono poco più che nulle a Bolzano. Quante commesse ci sono con la laurea? Il quartiere anche offre poco ed è necessario andare verso il Centro". A pochi passi interviene Anna Zavodovska: "Arrivando dall’Ucraina io a Bolzano ho trovato un piccolo paradiso e gli italiani ci trattano bene". Gloriano Cartari, invece, rispolvera un evergreen: "Il traffico è drammatico. Bisogna fare un’arteria parallela. Un aspetto positivo? C’è tanto sole e d’estate, con la vicinanza del fiume, siamo tra i più ventilati della città". Lucia Fiorini, invece, stringe sulla cronaca d’attualità: "A parte qualche furtarello dalle cantine non ho mai trovato nulla da ridire sul nostro quartiere. Le zone d’emergenza sono da altre parti". Josef Pala è uno dei pochi tedeschi residenti lungo via Resia "ma non ha mai avuto nessun problema con il mondo italiano che mi ha sempre trattato bene. I giovani ci sono, soprattutto nei nuovi rioni". Tatiana Pivovbar lo contraddice: "Tantissimi se ne vanno perché Bolzano è la città per anziani e bambini. Gli stranieri li stanno sostituendo". Straniera è Nisma Lamin, originaria del Marocco: "Si vive bene a Don Bosco. Un voto alla convivenza? Sufficienza stiracchiata". Gino De Boni, invece, è uomo di poche parole: "Qui è tutto vecchio, ma non capisco cosa pensano di trovare di straordinario i ragazzi nella altre città". Nello Campaner la butta sul filosofico: "Non è questione di età anagrafica, ma di testa e molto dipende dalle scelte che farà la politica sociale per aiutare i ragazzi". Rinaldo Larcher abita a Casanova e respinge le accuse. "Tantissime le giovani coppie da noi, peccato manchino i servizi. Per onestà, però, ci era stato detto che entro il 2012 nulla sarebbe stato finito quindi sapevamo di dover pazientare. Vedendo quello che è successo a Firmian, comunque, abbiamo un poco di timore per quando arriveranno gli inquilini Ipes". Laura Stancher è nostalgica: "Che belle che erano le Semirurali, ma oggi non manca nulla" mentre Giovanni Altieri parla di "invecchiamento naturale del quartiere". Felice Savoi vuole vedere il bicchiere mezzo pieno di "una Don Bosco amichevole, ben servita dalle linee della Sasa e accogliente. Se proprio ci si deve lamentare, allora diciamo che la notte nessuno rispetta i limiti di velocità". Concetti ripresi da Nicola Commisso e Maria Eteresa: "I ragazzi vanno via, ma in queste strade ci conosciamo tutti e un sorriso non si nega a nessuno". Sonia Ceccon è più drastica: "A Firmian manca tutto, solo le promesse non scarseggiano. Ci vuole un asilo e una scuola al più presto". Giancarlo Travaglini non ama i fantasmi del passato: "Non è cambiato molto, lo spirito di Don Bosco è sempre uguale". Piero Sani fa il nonno vigile: un occhio privilegiato sui bambini "che sono vispi, allegri e fanno ben sperare. Peccato che gli adolescenti siano più sbruffoni, ma avranno tempo per migliorare. Il traffico, però, deve essere controllato di più". Angela Storari, in chiusura, ci regala una bella metafora: "I giovani? Si accentrano. Vanno tendenzialmente verso il Centro Città o il centro dei divertimenti". Un giro di opinioni che è un caleidoscopio di idee, ma solo una è la domanda a cui nessuno ha risposto in modo negativo, la prima delle nostre interviste che recitava così: "Mi scusi, ma come si vive a Don Bosco?".

IL FUTURO DI DON BOSCO
La palla di cristallo non esiste, indovinare il futuro con certezza non è possibile, men che meno se si tratta della sorte di una città o di un quartiere, ma immaginare non costa niente. Abbiamo fatto un giochino e chiesto ai residenti come vedono la Don Bosco del 2030 spalancando così le porte di desideri e paure e dipingendo, al contempo, un quadro interessante sul futuro di questa porzione di città.
"Temo che le strade saranno sempre più deserte e solcate dal passo lento dei vecchi" si preoccupa Fulvio Paissan "ma nei giovani e nei bambini bisogna sempre credere". Anna Patruno vive di speranze: "L’università, l’ampliamento del tessuto urbano, l’arrivo di nuove persone: spero che il quartiere e la città tornino ad essere attrattive anche per chi non è bambino o pensionato. Eventi, punti di ritrovo, possibilità di avere un lavoro e una casa: noi giovani non chiediamo l’impossibile". Gloriano Cartari è realista: "Negli anni ’80 Firmian era un castello e Casanova uno sciupafemmine veneziano. Come si fa a prevedere, allora, il 2030?" mentre Barbara Turelli ci indica un bambino "Bisognerebbe chiedere a loro. Noi stiamo lasciando un quartiere in espansione, le strutture, ma anche i problemi di gestione di tutto questo e non sarà semplice risolverli". Lucia Fiorini ci fa sorridere: "Forse nel 2030 avranno finalmente cambiato la moquette della chiesa che ormai avrà trent’anni ed è orrenda", ma anche questa è vita di quartiere. Josef Pala, intanto, spera "in una convivenza felice" mentre Tatiana Pivovbar vede come inevitabile "il sovrannumero di stranieri che avranno sempre più potere decisionale". Gino De Boni si immagina "tutto più vecchio" mentre la ventata di entusiasmo arriva da Nicola Commisso: "Don Bosco diventerà il centro operativo della nuova Bolzano. Scacciato via il concetto immaginario di periferia, abbiamo giovani famiglie nei nuovi rioni e presto nuovi servizi, nuovi negozi e iniziative all’avanguardia". Dello stesso avviso Giancarlo Travaglini: "Basta guardare i numeri di abitanti per dire che sicuramente saremo ancora protagonisti come lo siamo sempre stati".