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venerdì 26 marzo 2010

http://www.upload.bz.it/it/insights/entra-nella-famiglia-di-upload.htm

Si tratta di un’occasione per divertirsi e conoscere il dietro le quinte di un festival musicale complesso e stimolante come quello di Upload. La possibilità è quella di fare il volontario per l’organizzazione degli eventi di giugno e tutti possono partecipare. Un’esperienza, se vogliamo, anche altamente formativa per chi è incuriosito o vuole arricchire una parte del proprio curriculum. Dall’allestimento generale del Festival al sound-check professionale, passando per l’accoglienza di pubblico e artisti. Concreta pure la possibilità di incontrare e scambiare qualche parola con nomi importanti del mondo della musica locale e nazionale: sicura, per esempio, la presenza dell’anima dei Marlene Kuntz Cristiano Godano, direttore artistico di Upload, così come di Claudio Astronio, organista di livello mondiale e presidente della giuria. Senza dimenticare che la finale, come ogni anno, sarà l’occasione per vedere all’opera una band di grido dal nome ancora top-secret, ma sicuramente capace di affascinare come fece Max Gazzè nella passata edizione sotto il tendone dei Prati del Talvera che verrà ricostruito quest’estate. Particolare non trascurabile, inoltre, è la possibilità di stare a stretto contatto con ragazzi giovani che esprimono quanto di meglio possa offrire la musica under 30: se non altro, c’è sempre qualcosa da imparare.

Il ricorso a volontari è una prassi tipica dei grandi Festival, esempi simili si trovano nel tessuto organizzativo del Festival della Letteratura di Mantova, ma anche al Futur Film Festival di Bologna. Anche sotto questo aspetto, quindi, Upload lancia segnali di crescita che lo pongono ormai in una dimensione di grande rassegna nazionale e potenzialmente internazionale che porta il nome di Bolzano al centro della scena musicale giovanile. Arriveranno band da tutta la Penisola, forse anche dall’estero: scoprire atmosfere e dimensioni musicali differenti accresce pure il bagaglio artistico di eventuali musicisti.

Tutte la candidature devono pervenire all’indirizzo pietro.tomas@provincia.bz.it entro il 15 maggio, corredate da curriculum e la disponibilità di giorni e orari. Il periodo di riferimento va dal 14 al 26 giugno. Un’occasione da cogliere al volo.

Alan Conti

PER SAPERNE DI PIU’

conti.alan@yahoo.it

pietro.tomas@provincia.bz.it

L'ufficiale giudiziario al Masetti, debiti per 40 mila euro, sfratto rinviato in extremis


Alto Adige — 25 marzo 2010 pagina 19 sezione: CRONACA

BOLZANO. Fino alle 11 di ieri mattina la nuove sede dello storico circolo culturale Masetti in via Resia non esisteva praticamente più, soffocata dai debiti. Un colpo di coda, sottoforma di accordo tra le parti, ha permesso la sopravvivenza di quello che è un polo culturale che ha scritto la storia della città e fermato lo sfratto esecutivo, già nelle mani dell’ufficiale giudiziario. Una vicenda convulsa che nasce da una spesa pesante sostenuta dal Circolo in occasione della ristrutturazione della nuova sede con dei mutui da onorare e che è ricaduta a pioggia sul pagamento regolare degli affitti e dei fornitori. Il risultato è una situazione debitoria quantificabile intorno ai 40.000, rateizzata in extremis, ma che pende come una spada di Damocle sul destino dell’associazione. Sono le 11.30 quando l’ufficiale giudiziario Reinhard Christanell si presenta nella sede del Masetti. E’ di pochi minuti prima la notizia di un accordo raggiunto dal direttivo del circolo con la società “Safin Srl”, proprietaria dell’immobile, per una rateizzazione del debito del canone d’affitto: accordo che viene immediatamente firmato. Lo sfratto esecutivo, che fino a qualche ora prima sanciva la sparizione del circolo, rimane chiuso in un cassetto, ridando speranza al direttivo. «Abbiamo ottenuto - spiega Giovanni Avolio, avvocato del Masetti - una dilazione del debito con un piano di rientro. La cifra da saldare si aggira sui 40.000 euro, dovuta in larga parte alle spese sostenute per il cambio di sede e relativa ristrutturazione. La retta d’affitto, invece, è di 5.000 euro mensili. Ora l’obiettivo è il rilancio delle attività del circolo, con un attenzione verso il quartiere di riferimento e i nuovi insediamenti di Firmian. Attendiamo pure segnali dagli enti pubblici perché qui non parliamo di un’attività commerciale privata fine a se stessa, ma di un interesse collettivo». Domenica è in programma un’assemblea del direttivo, all’ordine del giorno è prevista la possibilità di domandare contributi a Comune e Provincia. Bocche cucite, intanto, negli uffici della “Safin”, creditori del Circolo. Moderatamente ottimista, invece, il presidente del Masetti Gino Di Stasio: «Fino a ieri la situazione era compromessa, ma oggi abbiamo qualche speranza in più. La spesa che grava maggiormente sono quei 100.000 euro che il circolo ha dovuto sborsare per i lavori di ristrutturazione, senza alcun tipo di finanziamento». Il sostegno economico degli enti pubblici, però, ha spesso sollevato polemiche. «Ci sta che si voglia conoscere come vengano spesi i soldi, ma ho letto di un’interrogazione di Maria Teresa Tomada che parlava di contributi per 450.000 euro: cifre lontane dalla verità». Di Stasio, che dopo vent’anni potrebbe lasciare la carica, dovrà affrontare il discorso del rilancio con tutto il direttivo. «Purtroppo - spiega Sepp De Vivo - quello che non ha reso come ci si aspettava è il bar. Spettacoli e iniziative funzionano, ma facciamo fatica ad intercettare i giovani». (a.c.) © RIPRODUZIONE RISERVATA

giovedì 25 marzo 2010

Incontro con gli internati dai nazisti, la storia raccontata dal vivo agli scolari


Alto Adige — 24 marzo 2010 pagina 29 sezione: AGENDA

BOLZANO. «Davanti a voi avete delle pagine di storia viventi: usatele e stropicciatele». Si rivolge così, diretto e senza tanti giri di parole che del resto con bambini e ragazzini sono totalmente inutili, Lionello Bertoldi, presidente della sezione bolzanina dell’Anpi (Associazione nazionale partigiani d’Italia), parlando aglu studenti di terza media che affollano l’auditorium della scuola “Ada Negri”. L’occasione, ieri nel primo pomeriggio, era di quelle importanti per far “leggere” dal vivo, ai ragazzi, una vera pagina di storia: l’incontro tra i giovanissimi studenti e gli occhi e i racconti di chi ha vissuto il dramma dell’internamento durante il nazismo. A raccontare alla platea la propria storia, infatti, sono stati invitati Tarquinio Barbierato e Orazio Leonardi, due di quelli che venivano burocraticamente indicati come Imi, Internati militari italiani, dopo esser stati catturati dai tedeschi come traditori all’indomani dell’8 settembre 1943. Entrambi patavini d’origine e bolzanini d’adozione, hanno catalizzato l’attenzione del giovane uditorio con una storia viva e pulsante, purtroppo, di sofferenza. Vicende che hanno il dovere di non essere dimenticate per venire tramandate anche dalle più giovani generazioni. «Incontri come questi - spiega l’anfitrione Lionello Bertoldi - servono per aprire una porta verso i giovani e per far comprendere loro quanto dolore, sacrificio e sofferenza ci sia dietro alla Costituzione Italiana, un bene preziosissimo che devono saper conservare». La storia degli Imi è uno di quegli aspetti del nazismo che ha cominciato a fare capolino solo negli ultimi anni: «Purtroppo - aggiunge Bertoldi - la loro vicenda è stata spesso sottovalutata, ma si tratta di testimonianze che non possiamo più scordare». Tarquinio Barbierato è il presidente della sezione degli ex Imi e ha presentato ai ragazzi un quadro della situazione: «Fummo internati in 670.000 e 70.000 non fecero mai ritorno a casa. La denominazione di Internati militari italiani fu studiata appositamente dal Reich per impedirci di riconoscerci lo status di prigionieri di guerra, che ci avrebbe permesso di ottenere alcuni benefici, come l’aiuto della Croce rossa. E’ stata una mossa per dare libero sfogo alla crudeltà contro i “traditori Italiani”». Un’iniziativa, quella della testimonianza diretta, ieri, sostenuta e voluta fortemente dal dirigente dell’Istituto comprensivo dell’“Ada Negri”, Bruno Iob: «Mi interessa - commenta - che i ragazzi possano rendersi conto di quanto sia facile cadere in una dittatura, quasi senza accorgersene. Il problema è che la fatica per uscirne è immane e non si tratta di un pericolo superato dal mondo contemporaneo». Orazio Leonardi poi ha inchiodato l’attenzione degli studenti al suo racconto: la cattura lungo il Talvera, la deportazione in Germania, le baracche buie, le giornate dure, il freddo, il lavoro coatto, il lazzaretto e, finalmente, la gioia della liberazione. E dopo i racconti, dopo un po’ di riflessioni, spazio ovviamente alle domande dei ragazzi, incuriositi. Non c’è che dire: quelle pagine di storia le hanno sgualcite con dovizia e incoraggiante attenzione. © RIPRODUZIONE RISERVATA - Alan Conti

Don Bosco, i residenti: "Più controlli"


Alto Adige — 24 marzo 2010 pagina 17 sezione: CRONACA

BOLZANO. Don Bosco violenta e pericolosa non è il quartiere nel quale si riconoscono residenti ed esercenti delle zone limitrofe al bar San Giorgio, la cui veranda è stata bruciata da ignoti nei giorni scorsi preoccupando il condominio sopra il locale che ha rischiato grosso ed il rione intero: il Bronx - per loro - è tutta un’altra cosa ma comunque chiedono più controlli. Nessuno, certo, nega piccoli episodi preoccupanti, generalmente legati al mondo giovanile, ma nessuno descrive la realtà invivibile ed al limite paventata da alcune frange della politica che si animano in vista delle elezioni. Posti di polizia e telecamere sono visti come un prezioso contributo in più, ma non avvertiti come assoluta necessità. Un possibile referendum immaginato da Unitalia, insomma, potrebbe fare centro più che altro perché la popolazione potrebbe scegliere per una chance di sicurezza in più, ma non certo per disperata necessità. «Guardi, io tutta questa preoccupazione non la condivido - inizia Jessica Negroni - e non ne vedo la ragione. Non mi è mai capitato di avere paura, non mi piace generalizzare sugli stranieri e arrivo da Merano dove, nonostante la fama di città tranquilla, ci sono stati scippi e violenze. Telecamere e posto di polizia, logicamente, sarebbero un’opportunità in più, ma non necessaria». Alessandro Zorca, titolare del bar “Al Palco” di via Bari ha le idee chiare: «In genere possiamo definirci tranquilli. Il massimo che ci succede è il rumore dello spostamento dei tavoli sotto il gazebo, il chiasso notturno di chi si siede e le ragazzate di giovani spesso poco controllati dalle famiglie. In fondo a via Parma si registra qualche problema tra giovanissimi, ma il posto di polizia, con le chiusure dei giorni festivi, non serve proprio a nulla. Bastano e avanzano i poliziotti di quartiere». Ivano Zandò parla di un fenomeno a macchia di leopardo: «Sono solo alcune zone ad essere un poco “calde”. In via Alessandria, per esempio, ogni tanto ci scappa qualche piccola rissa». Irma Milan è serafica: «Mai avuto paura e giro tranquillamente a qualsiasi ora. Non facciamoci prendere dall’isteria del singolo episodio, sarebbe sbagliato». Gabriella Lasta, invece sostiene la soluzione telecamere: «La mia famiglia aveva fatto richiesta all’Ipes perché la situazione di notte in via Alessandria a volte è insostenibile. Il problema è legato ad una gioventù esagitata che non è detto, però, che arrivi tutta dal quartiere. Io, comunque, alla sera non esco». Poco più avanti nella pizzeria “da Tony” si smorzano ulteriormente i toni: «Ovvio che nessuno direbbe di no al posto di polizia o alle telecamere - afferma Tony Cappello - ma non mi sembra una questione vitale. Qui è tranquillo, i ragazzini, ma anche gli stranieri, si agitano solo se in gruppo, ma non capita praticamente mai». «Capiamo, comunque, che posti come il “Bingo” di via Resia possano avere esigenze diverse», precisa il fratello Giuseppe. Gianpaolo Romanin conferma: «La sorveglianza, tra poliziotti di quartiere e passaggio di volanti, di certo non manca. I problemi non sono più gravi di quelle di altre zone della città». Qualcuno, però, va controcorrente e manifesta un certo disagio. Fusia Bra spiega che «la paura è davvero tanta, soprattutto per i bambini, spesso oggetto di atti di bullismo in strada. Sbagliato buttare la croce sulle scuole. Questo e altri motivi impediscono di essere sempre spensierati ed è chiaro che telecamere e posto di polizia possono aiutare». Il rapporto con gli stranieri, infine, al centro della scoraggiante disamina di Franco «quello che succede è tutta colpa loro. Problemi di integrazione? Non mi interessa se loro lo desiderano: io non ho nessun’intenzione di farli integrare. Bisogna essere intransigenti e tenerli lontani». Certe cose non si possono certo curare con una telecamera. © RIPRODUZIONE RISERVATA - Alan Conti

mercoledì 24 marzo 2010

Bonvicini, ancora scontro sul progetto


BOLZANO. Gli abitanti di Gries contro l’ampliamento della clinica Bonvicini, scelgono l’Svp e silurano Spagnolli. «Il comportamento di Spagnolli - spiega Mario Vascellari - non ci è piaciuto: prima impedisce alla stampa di presenziare al nostro incontro poi si presenta da solo ai giornalisti. Noi secondo il sindaco abbiamo solo 171 firme mentre Bonvicini, vi dico io, ne ha 1.572 raccolte tra Tennis e Radiologia!». Per Vascellari l’Svp con Theiner è l’unico partito che ha compreso come il progetto della clinica sia rivedibile. «L’assessore mi dice che potrebbe ridurlo almeno del 30% rispetto al reale fabbisogno. La realtà è che la clinica non ha nessun obbligo stretto di riqualificazione. Al Tavolare poi - continua - esiste un progetto che prevede uno scavo nella montagna piuttosto pesante e che Bonvicini continua a negare. Non solo, il documento progettuale redatto dallo studio “Museum”, sul quale si basa la votazione comunale, parla di un innalzamento di circa 2,50 metri, mentre tutte le carte dimostrano essere 5». A Paolo Bonvicini la replica. «Oggi consegno al sindaco Spagnolli più di tremila firme in cui i cittadini si dichiarano favorevoli al progetto di ampliamento della clinica. Questo come dimostrazione di sincera solidarietà da parte di tutta la cittadinanza, che vorrei ringraziare. Per il resto posso dire che le norme di accreditamento non possono obbligare nessuna struttura ad adeguarsi ad esse, questo è chiaro! Ma il risultato di non adeguarsi mi porterebbe ad una riduzione drastica del numero di posti letto al di sotto di una gestione sostenibile. Anche con gli 11.000 metri cubi concessionati si potrebbe ampliare la clinica ingrandendola verso la proprieta’ Vascellari ma senza alzarla; questo permetterebbe di mantenere a norma solo 68 posti letto, sugli 89 attuali. Improponibile la spesa a fronte del risultato. Solo con i 16.000 metri cubi richiesti con il progetto depositato, la struttura, alzandosi di un piano e mezzo con una altezza definitiva di 21,70 m (per inciso l’altezza massima consentita dalle norme di attuazione al piano urbanistico del Comune art. 24.1 è di 27,5 m), potrà mantenere 89 posti letto in camere da 1 o 2 posti letto. Al Tavolare non può essere mai stato depositato alcun progetto di scavo “piuttosto pesante” in quanto non si depositano progetti, ma dati di fatto. L’intervento previsto nella roccia dal nuovo progetto è di minima entità con la salvaguardia delle pendici del Guncina». (a.c.).

martedì 23 marzo 2010

Cantiere nel Despar, protestano i clienti


BOLZANO. Martello pneumatico in funzione a due passi dal banco dei salumi e dalle casse. La costruzione dell’ascensore interno del Despar all’angolo tra via Sassari e via Parma ha mandato su tutte le furie clienti e dipendenti. Nel supermercato, in effetti, è impossibile parlare, a meno di avvicinarsi all’orecchio dell’interlocutore. All’ingresso un cartello di scuse. Le commesse, intanto, si lasciano scappare come «la situazione sia insostenibile da qualche giorno: forse era il caso di chiudere durante i lavori più rumorosi. A fine giornata siamo stordite». Scocciati i clienti: «Non è accettabile una situazione del genere - dice Silvana Centofante - perché si tratta di una mancanza di rispetto anche nei nostri confronti. Io ho lavorato per anni in luoghi rumorosi e vi assicuro che basta poco per danneggiare l’udito: capisco il fastidio dei dipendenti». Poco più in là Rosa scuote la testa: «E’ davvero un forte disagio fare la spesa così». Chi non nasconde il malcontento è Gabriele Cenedese: «Per fare un ascensore costringono tutti a subirsi il martello pneumatico. L’operaio indossa le cuffie, mentre le commesse devono sorbirsi il fracasso. Tanto valeva chiudere». «Stiamo realizzando l’ascensore per fornire un servizio migliore agli anziani - spiega Robert Hillebrand, general manager di Aspiag - capisco il fastidio, ma sarebbe stato un disservizio più grande chiudere. D’altra parte, il supermercato è in un condominio: non possiamo lavorare di notte o nel fine settimana». (a.c.)

http://www.upload.bz.it/it/news/quando-il-contorno-puo-fare-la-differenza.htm

Arrivano dalla Gran Bretagna e faranno davvero rumore perché il nome è di quelli che catturano l’attenzione degli appassionati. Loro sono i Rue Royale, attesi giovedì sera alle 21 al “Time Out” di Bressanone nell’ambito di “Upload Südtirol Tour”, che giunge cos’ alla sua seconda tappa. D’accordo, headliner di grido, musica di alto profilo, ma quello che ci interessa in questa pagina è il contorno. Gli eventi di “Waiting 4 Upload”, infatti, corrono sul binario parallelo delle band affermate e di quelle in rampa di lancio in lizza nel contest. A sfilare sul palco del “Time Out”, per il secondo binario, troveremo Max von Milland, Fallancy Lens e Patrick&Co. Gioca in casa Max Von Milland, nato e cresciuta nella città brissinese. Un cantautore che si ispira dichiaratamente a mostri sacri come Jack Johnson, Kings of Leon o i Beatles. "L’obiettivo è di fare un incantesimo sugli ascoltatori e rapire il loro cuore per qualche secondo, tenerlo in mano e altrettanto velocemente lasciarlo scivolare via". Una scelta particolare di Max è quella della lingua con cui scrive le canzoni: il tedesco. "La madrelingua è l’unica che può esprimere in modo così preciso e chiaro quello che si ha dentro, c’è poco da fare". Meglio così, perché il tedesco che esce da alcuni suoi brani, come “Woher I eigentlich kimm” iscritto al concorso, è davvero melodioso e dolce. Un brano, però, che forse interpreta troppo radicalmente la volontà di rapire l’ascoltatore solo per qualche secondo e presenta una durata volutamente ermetica. Sul palco del “Time Out” l’occasione per conoscere meglio e più a fondo la sua musica. Il progetto Fallacy Lens, invece, è tutto concentrato nella persona di Johannes Niederhauser che fa danzare la propria voce sulle corde della chitarra e scrive, logicamente, i propri pezzi. Il brano con cui Johannes si è iscritto al concorso si intitola “Our Innocence” e porta l’ascoltatore a passeggiare su una melodia delicata, sostenuto da un curato bilanciamento vocale. Il suo percorso è sintetizzato in una frase significativa: "Con una chitarra da bambino suona le note che ami, canta le parole che vivi e scrivi le canzoni che la tua vita ha scritto per te". Una citazione che rivela una certa profondità di spirito che Fallacy Lens cercherà di portare tutta sul palco di Bressanone. Che la serata sia completamente dedicata al cantautorato delicato e di qualità lo dimostra, infine, anche la scelta di far esibire Patrick&co. Lui è Patrick Strobl, poliedrica voce che ha saltellato tra band di vari generi come Reggae, Metal, Ska, Folk, Blues e via cantando. La sua opera da solista, però, è più riflessiva e incentrata su immagini visive e oniriche. Ecco, quindi, che “Can you see your life ending” suggerisce immagini di un’America ampia e selvaggia, un’Arizona della malinconia. Un tocco morbido e che affascina.

Da notare che proprio Max von Milland e Patrick Strobl sono stati tra gli artisti più amati dal giudizio di Andrea Maffei nei suoi commenti. Del primo ha apprezzato "la dolcezza del canto e del suono, così come il coraggio di cantare nella propria lingua", mentre del secondo scrive: "Gran bella canzone, un poco Cohen, un poco West Coast. Tutto molto gradevole e voce molto interessante". Dichiara Patrick Strobl: "Se la mia musica piace alle altre persone e riesce a trasmeteere qualcosa, allora siamo già oltre la realizzazione di un sogno". Come inizio niente male. Non c’è che dire: i Rue Royale godranno di un accompagnamento all’altezza.

Alan Conti

PER SAPERNE DI PIU’

www.maxvonmilland.com

www.myspace.com/maxvonmilland

www.myspace.com/fallacylens

PER FARCI SAPERE DI PIU’

conti.alan@yahoo.it

lunedì 22 marzo 2010

Open Day, l'Università allarga gli orizzonti


L’Università apre le porte e allarga le frontiere. Si è tenuto ieri l’”Open Day” dell’ateneo bolzanino: una vera e propria carrellata dell’offerta formativa della Lub a disposizione dei curiosi e, soprattutto, degli studenti che frequentano l’ultimo anno delle Superiori e sono chiamati a una scelta. Tutte le facoltà, quindi, hanno presentato il proprio stand con materiale informativo, docenti e studenti pronti a raccontare come si vive in un ateneo trilingue. Già, perché le lingue, come sottolinea nel suo discorso d’inaugurazione il rettore Walter Lorenz "rappresentano il vero punto di forza dell Lub e non certo una seccatura. In un momento in cui questa istituzione sta vivendo forti cambiamenti, all’interno di un preciso piano di sviluppo, il trilinguismo è la pietra angolare da cui dobbiamo partire".
Notevole, comunque, l’afflusso di studenti interessati e sorprende la variopinta geografia delle loro provenienze. Qualche classe, per esempio, è venuta in blocco da Cittadella in provincia di Padova, mentre singole presenze sono arrivate da Brescia, Roma, Torino, Lecco, Pordenone, Trieste e Verona, molti accompagnati dai genitori. Tanta Italia, dunque, ma anche all’estero l’interesse per la Lub è forte: Tirolo e Baviera, per esempio, sono regioni ben rappresentate tra i visitatori. Presente pure una delegazione della scuola germanica di Roma. Vicino alla postazione allestita per le preiscrizioni, però, incontriamo Petr Maximilian Hajkr, in arrivo da Praga e convinto della sua scelta: "Già da qualche mese – ci spiega in un ottimo italiano – ho deciso di venire a Bolzano. Avendo studiato le lingue in Repubblica Ceca questo ateneo mi sembra assolutamente il più adatto a me. Ho scelto la facoltà di economia e già in estate ho visitato la città, davvero splendida".
L’iniziativa di presentazione è durata tutta la giornata e ha offerto ai maturandi anche un nutrito programma di lezioni nelle aule più grandi, dove docenti e studenti delle diverse facoltà hanno illustrato la vita accademica bolzanina. Presenti, ovviamente, gli stand delle facoltà con sede a Bressanone o Brunico. Tra le più quotate la sempreverde Scienze della Formazione, ma anche Economia e Design. Un’ala della manifestazione, inoltre, è stata dedicata alle associazioni studentesche dell’ateneo, perché la vita universitaria non si svolge solo nelle aule. Da tempo la città chiede maggiore incisività alla sua Università, chissà che non siano le nuove matricole a portarla. Spazio pure alla scuola di documentario “Zelig”, mentre la “Claudiana” ha organizzato le porte aperte in contemporanea nella propria sede. Nei corridoi affollati si assiste anche a qualche simpatico siparietto, come i quiz con domande sull’ateneo organizzati da alcuni stand oppure la concitata conversazione di una studentessa che intende convincere una maturanda della superiorità della Lub rispetto alla Bocconi. Non c’è che dire: l’asticella delle ambizioni è bella alta.

La politica nel mirino del mercato di via Rovigo


Invertendo le zone il risultato non cambia: la crisi sta piegando le gambe agli ambulanti. E’ questo, ormai, l’assioma dei mercati bolzanini che trova ampia conferma pure tra le bancarelle di via Rovigo, appuntamento storico per il quartiere Europa-Novacella e per la città. Commercianti che puntano il dito contro la politica chiedendo più dialogo, ma non sono disposti a lasciare tutto, anzi, c’è anche chi da poco ha aperto una nuova attività.
"il vero problema è che la gente non compra nulla – dichiara secco Ahmed Selim – e i politici non muovono un dito. Ci vorrebbe più etica e disponibilità da parte degli amministratori che non vengono mai a chiederci come la pensiamo. Smettiamola, infine, di parlare male dei banchetti stranieri solo per aprire la bocca". Gualtiero Mandello è ancora più esplicito: "Bisogna cambiare radicalmente l’assessorato comunale al commercio che ha dimostrato di fregarsene delle nostre esigenze. Avanti così e i giovani vedranno sparire i mercati uno a uno". Elena Iaria risponde da dietro una fila di giacche: "Uno degli aspetti che ci creano difficoltà è sicuramente l’eccessivo numero di bancarelle". Gianni Angelo, invece, è più pragmatico: "La concorrenza degli stranieri, se leale e corretta, va accettata. Ci vogliono prezzi per tutte le tasche e loro li hanno". Ashraf Hassanin è egiziano e da poche settimane ha iniziato a fare l’ambulante: "E’ la mia passione e il lavoro perfetto per me. Non posso fare confronti con il passato, ma mi sembra che si possa lavorare discretamente bene". Helene Hofer, dal banco dei contadini, fa un confronto: "Rispetto al sabato qui si vende molto meno. Per fortuna che per noi è solo un modo per arrotondare, altrimenti ci sarebbe da preoccuparsi". Monica Baio la vede da un’altra prospettiva: "Qui ci rapportiamo con una clientela strettamente locale. Personalmente la preferisco". Alois Seeber, invece, è più duro: "Bolzano è una città morta e in questo mercato vedo tra la gente un po’ troppo snobismo. Vorrebbero tutti i prodotti regalati, senza contare che noi iniziamo a lavorare alle 4 di mattina". Sparare addosso ai clienti, però, non è esattamente la strada maestra per uscire dalla crisi. Pino Baio vende ortofrutta ed è meno pessimista: "Bene o male si mantengono sempre gli stessi livelli di crescita. Il problema è che per far fronte all’aumento delle tasse bisognerebbe incrementare del 5 o 10% ogni anno. In via Rovigo, comunque, spesso abbiamo clienti anziani o che vivono da soli e che, logicamente, comprano di meno". Aldo Munari conferma, invece, la buona tenuta del settore dei polli: "Noi riusciamo a lavorare bene. Certo, la crisi e la concorrenza ci sono, ma la qualità fa ancora la differenza". Daniele Magris da piazza Matteotti rilancia con grinta: "Siamo sempre bistrattati e nessuno che si degni di parlare con noi. Il dialogo è aperto con i giornalisti, ma la politica latita. Non possiamo accettare i continui cambiamenti peggiorativi e tra di noi cresce il fronte che vuole il mercato del sabato in piazza Walther. Gli stranieri? Basta fare il lavoro del commerciante e adeguarsi alla concorrenza proponendo gli stessi loro prezzi e prodotti, ma affiancandoci il made in Italy". Chiude la rassegna un commerciante di vecchia data che intende rimanere anonimo: "Ormai non vendiamo più niente d’inverno perché non ha nessun senso lavorare per perdere soldi. Il problema del mercante è che una volta col prezzo di una maglia si bevevano trenta caffè, oggi, se va bene, massimo dieci. Tutto qui".

venerdì 19 marzo 2010

"Un botto e poi le famme"


Alto Adige — 18 marzo 2010 pagina 17 sezione: CRONACA

BOLZANO. Un forte scoppio in piena notte e poi un muro di fiamme. E’ quello che hanno visto e sentito i residenti di via Parma la scorsa notte. Per molti un fulmine a ciel sereno, per altri un grosso spavento, sicuramente un motivo di discussione per un quartiere preoccupato. I coniugi Torcaso, per esempio, si affacciano al balcone direttamente sopra la veranda carbonizzata. «Alle 2.30 - raccontano - abbiamo sentito trambusto e ci siamo accorti dell’intervento dei Vigili del Fuoco. Non è certo bello trovarsi le lingue di fuoco a pochi metri dalla propria abitazione». Le fiamme hanno annerito anche la base del balcone: «Stamattina abbiamo trovato - continuano i Torcaso - un tappeto di polvere e cenere. L’importante, però, è che nessuno si sia fatto male e speriamo tanto che i responsabili siano identificati». La dinamica dell’incendio, comunque, non è molto chiara: «Verso le 3 - racconta Hannelore Cadamuro che abita a pochi passi dal San Giorgio - ho sentito un forte scoppio. Pensavo di aver sognato, ma quando mi sono affacciata e ho visto costa stava succedendo ho realizzato che si trattava di una brutta realtà. Nel giro di mezz’ora, comunque, i pompieri hanno spento tutto». Trenta minuti sufficienti, comunque, per disegnare un paesaggio surreale e registrare 30.000 euro di danni: la plastica di alcuni vasi è completamente scomparsa, le sedie ridotte a un mucchietto di plastica nera a informe, per non parlare del telone di plastica della veranda completamente sciolto. Molti nel rione pensano ad un atto vandalico. «Comune e circoscrizione devono smettere di minimizzare quello che avviene in questo quartiere e prendere coscienza di una situazione preoccupante. C’è un gruppo di ragazzini che fa quello che vuole». Voci di marciapiede mormorano di un piccolo screzio tra lo stesso titolare e gli adolescenti. Teresa Ficara abita sopra il bar: «E’ stato un incubo - racconta -, ero talmente sotto shock che non riuscivo a capire se mi ero svegliata veramente». Intanto sulla strada si rincorrono voci incontrollate: si va da chi colpevolizza i nomadi a chi identifica la solita ragazzata di una generazione allo sbando. Ipotesi prive di fondamenta concrete e irrilevanti per l’indagine, ma spie di un malessere che cova nel quartiere. (a.c.)

Il Vke al parco Cappuccini invita a riscoprire le aree gioco per far divertire i bambini


Alto Adige — 18 marzo 2010 pagina 37 sezione: AGENDA

BOLZANO. I grandi vanno in piazza per protestare? Bene, ai bambini basterebbe scendere in cortile per una causa ben più importante: giocare. Salvare la cultura del gioco al parco è una delle missioni del Vke, l’Associazione campi gioco e ricreazione, riproposta ieri con un’iniziativa organizzata nel parco dei Cappuccini. Diverse postazioni costruite attorno a giochi semplici: dal tiro con la pallina sulla piramide di barattoli allo scivolo improvvisato con piccoli rulli, passando per i tappi colorati. Tutti modi per dire che giocare in cortile è facile, bello, educativo. Un primo risultato è stato raggiunto: la circoscrizione Centro si appresta a far realizzare nel parco, lato verso il Teatro, una piccola area per bambini con sabbiera e giochi. «Bisogna - dichiara Gertrud Oberrauch, del Vke - invitare i bambini a confrontarsi con chi abita vicino, a giocare con gli altri e socializzare. Il confronto è utile, purchè in un ambiente protetto e sicuro». Un’abitudine, quella del gioco in cortile, che una volta era regola aurea mentre oggi si è fatta eccezione rara, perché? «Moltissimo - risponde Marietta Wipfle, della cooperativa Tagesmutter - dipende dall’urbanistica che sta eliminando potenziali zone di gioco dai nostri condomini. E poi gli spostamenti continui delle famiglie contribuiscono a quello che è un depauperamento culturale». Mentre i piccoli dimostrano di apprezzare i giochi allestiti dal Vke, il presidente della circoscrizione Centro, Rainer Steger, ci introduce la novità per il parco: «Era pensato come una zona di relax per i cittadini, aspettativa in parte disattesa e allora rivogliamo i bambini in questa zona verde e abbiamo deciso di predisporre una piccola area per loro». Il progetto lo illustra Christian Sölva, del Vke: «Costruiremo una sabbiera di 80 metri quadri, con un gioco di legno e una sorta di amaca a rete dove poter salire. Tutto per un costo di 17-18 mila euro, la delibera è stata approvata, attendiamo l’espletamento delle pratiche burocratiche di giardineria, lo svolgimento di un piccolo appalto e contiamo di avere tutto pronto entro l’estate». © RIPRODUZIONE RISERVATA

Oltrisarco, mercato soffocato dai supermarket


Alto Adige — 18 marzo 2010 pagina 18 sezione: CRONACA

BOLZANO. Ci sono mercati che farebbero carte false per preoccuparsi solo della pulizia delle bancarelle o di eventuali traslochi di piazza: tra questi c’è sicuramente quello che ogni martedì occupa piazzetta Bersaglio e via Aslago. Il problema, anche qui, è legato a doppio filo alla crisi economica: si vende poco perché le famiglie, specie nei quartieri popolari, hanno poco da spendere. «Inutile girarci intorno - dice Eros Bon dal suo banco -, l’unico mercato buono rimasto è quello del sabato, in tutte le altre zone si tira la cinghia. Il passaggio al martedì si è ridotto drasticamente, oggi si vede pochissima gente passare tra le bancarelle». Un’impressione confermata dalla figlia Martina: «Questo mercato, se vuole sopravvivere, dovrà necessariamente cambiare registro. C’è poca gente e la maggior parte sono anziani che, ovviamente, non hanno molto da spendere». Antonio Ezechiele, poco più in là, esprime gli stessi concetti: «La crisi si fa sentire pesantemente». Giuseppe Sagin dal suo camion che vende formaggi prova a fare un’analisi più articolata: «Nel nostro settore reggiamo abbastanza bene l’urto della crisi, anche perché, così come i polli e parte della gastronomia, riusciamo a coprire una nicchia dove la concorrenza dei supermercati non è così forte. L’abbigliamento e l’ortofrutta, invece, patiscono di più, soprattutto per via della concorrenza degli ambulanti stranieri e dei supermercati, che praticano una politica aggressiva dai prezzi bassissimi». Che la corsa sia sui supermercati lo conferma indirettamente Valeria Errighi, cliente del mercato. «Qui vengo per salutare qualche amico, ma la spesa grossa, inutile nasconderlo, la faccio al supermercato. Lì si trova tutto, qui bisogna venire apposta per quei due o tre prodotti in particolare: alla lunga i commercianti questo lo patiscono». Nell’abbigliamento, però, l’argomento spinoso è quello della concorrenza degli immigrati. «L’importante - spiega Ester Andreasi - è non farsi schiacciare, cercando di rimanere competitivi. Da una parte, quindi, tenere i prezzi bassi su alcuni prodotti con un margine di guadagno praticamente nullo, dall’altra offrire contemporaneamente la qualità del made in Italy che è il settore dove possiamo pensare di portare a casa qualcosa». Rahman Habibour, però, ci tiene a fare chiarezza: «Quello che infastidisce è che si parla dei banchetti stranieri come se fossero tutti uguali. Non è assolutamente vero che puntiamo tutti su un prezzo stracciato a discapito della qualità». Maurizio Albertin, referente dei commercianti per Confesercenti, prova a lanciare un appello. «Per salvare le aziende si smuovono mari e monti, ma per noi nessuno si fa vivo. Ricordiamoci che il mercato è il primo barometro economico del ceto medio-basso della popolazione e se si impenna la cassa integrazione è logico che anche noi andiamo in sofferenza. Non solo, tutto questa incertezza in merito ai traslochi in piazza Vittoria o a Merano di certo non ci aiuta». Munirul Moque, infine, ha appena rilevato l’attività: «Si fa fatica, ma cerchiamo di lavorare. Chi è andato via sostiene che il mercato non sia più lo stesso da quando è arrivato l’euro...». Traslochi, sporcizia o crisi, insomma, la verità sembra una sola: dietro le bancarelle si fa fatica. © RIPRODUZIONE RISERVATA - Alan Conti

giovedì 18 marzo 2010

Ryanair in arrivo a Verona?



L’aeroporto di Bolzano conferma un trend in crescita e un aumento dei passeggeri dopo un periodo di notevoli difficoltà. Un buon segno, ma l’attenzione dei bolzanini, inutile nasconderlo, si sposta anche su quello che succede attorno agli aeroporti più prossimi al capoluogo altoatesino. Tra questi si annovera sicuramente il “Catullo” di Verona Villafranca che diversi altoatesini conoscono come le proprie tasche. Rumors sul web, infatti, prospettano per lo scalo veronese la possibilità di entrare nella galassia di “Ryanair”, la più nota delle compagnie low-cost internazionali con sede irlandese e guidata da O’Leary. Per i bolzanini significherebbe un ampliamento delle offerte di destinazioni e voli, ma anche la possibilità di attirare una buona fetta di turismo internazionale con mirate attività di marketing, come già fanno diverse località interessate dal fenomeno low-cost. La novità arriva dal sito dell’Aviazione Civile (www.aviazionecivile.com), dove gli appassionati riportano le notizie dei portali specializzati.
Fabio Bortolazzi, presidente dell’aeroporto “Catullo”, avrebbe discusso proprio di questo in gennaio con il presidente della Provincia di Verona Giovanni Miozzi. "Sono in arrivo grandi novità – le sue parole – e pensiamo di duplicare o triplicare i voli". “Ryanair”, che già conta quaranta rotte su Bergamo e qualcuna su Treviso, ha più volte manifestato in passato la volontà di puntare forte sul territorio di Garda e Dolomiti, guarda caso punti di forza dello scalo di Villafranca. Verona, oltretutto, al momento poggia essenzialmente sui voli di linea. Che i contatti con “Ryanair” siano realtà lo conferma lo stesso Miozzi: "Ci sono stati e si è parlato anche di vettori estremamente importanti. Niente, però, di ufficiale". Londra, Parigi, Francoforte potrebbero diventare mete raggiungibili con un esborso minore anche nell’ordine del centinaio di euro.
Conferme arrivano anche da fonti giornalistiche: “Notiziario Italiano” ipotizza la creazione di dieci destinazioni nuove low-cost e riporta i buoni rapporti del direttore generale di “Catullo”, Massimo Soppani, con “Ryanair” quando ancora era top manager di “Save”, la società che gestisce il “Marco Polo” di Venezia. “Fulltravel”, nel frattempo, conferma le indiscrezioni, sempre più tambureggianti in internet. Chi si spinge ad azzardare le tempistiche è “Ttg” che fissa prima della fine del 2010 il primo decollo a basso costo. Non resta che aspettare per vedere se si può risparmiare.

mercoledì 17 marzo 2010

Un libro ripercorre trent'anni di impegno dell'Arci di Bolzano


Alto Adige — 16 marzo 2010 pagina 34 sezione: AGENDA

BOLZANO. Una storia della città e nella città quella presentata ieri sera al Capitol Cafè con il libro “Una storia chiamata Arci” (che è l’acronimo, bene ricordarlo, di Associazione ricreativa culturale italiana), scritto da Sergio Bonagura, Andrea Felis e Valentina Bergonzi. Trent’anni di associazionismo che ha attraversato la storia di Bolzano e ancora oggi è protagonista della scena ricreativa, politica e culturale del territorio. Tre decenni attraversati dalle pagine di questo libro, ma quali sono i momenti in cui l’Arci assunse un ruolo importante? «Il primo - dice Bonagura - lo fisserei nel ’73 con i primi movimenti per un Cile democratico, poi senza dubbio la nascita delle prime forme di pacifismo organizzato nell’80, ma anche la cruciale vicenda dell’occupazione del Monopolio: lì l’Arci fu una vera e propria piattaforma di connessione tra il mondo italiano e tedesco e si pose come interlocutore importante per tutte le parti in causa». Oggi, però, com’è lo stato di salute dell’Arci, specialmente tra le nuove generazioni? «Dopo un periodo di difficoltà tra fine anni ’90 e il 2000, possiamo dire che si sta tornando a coinvolgere anche i più giovani. La stessa “Arciragazzi”, in questo senso, sta dando forte impulso a diverse iniziative, spesso inserite al centro giovanile “Pippo”». Un volume, quindi, che ricostruisce gli eventi più importanti attraverso documenti e testimonianze di rilievo di una storia che per Andrea Felis viaggia su un doppio binario: «Il primo è la capacità di penetrare sia in città che in periferia. L’Arci ha raccolto e trasmesso una cultura, anche popolare, che rischiava di andare perduta. Personalmente ho curato in particolare l’interessante vicenda dell’occupazione del Monopolio, sorprendendomi della mescolanza culturale spontanea e non ingenua che l’Arci seppe supportare e coordinare durante quelle vicende». Dentro la filigrana di trent’anni di associazionismo, dunque, si legge la Bolzano popolare, la società e i suoi mutamenti. © RIPRODUZIONE RISERVATA - Alan Conti

martedì 16 marzo 2010

Case in multiproprietà, arriva la beffa per trecento bolzanini


Case in multiproprietà arriva la beffa per trecento altoatesini
Alto Adige — 15 marzo 2010 pagina 10 sezione: CRONACA

BOLZANO. Multiproprietà ambito di lavoro per chi cerca soldi facili sulla pelle dei consumatori meno avveduti. A denunciare quello che è un sistema poco limpido, ma in punta di diritto dentro la legalità, è il Centro europeo consumatori che in tre anni ha assistito circa 300 altoatesini strozzati da un circuito che parte dalla vendita degli immobili. «Oggi - spiega Monica Nardo del Centro europeo consumatori - questo mercato è praticamente morto. I conti sono presto fatti: non è più conveniente comprare una parte di proprietà a 7.500 euro, con un contratto ventennale di alloggio per una settimana dell’anno stabilita, in un’abitazione a Tenerife, piuttosto che in Africa o Europa. Ogni anno, inoltre, vanno scuciti intorno ai 500 euro di spese di gestione o condominiali». È qui, però, che si apre il pertugio per gli affaristi. «In molti, logicamente, non vedono l’ora di liberarsi della microproprietà e alcune società si propongono di occuparsi della vendita. Agganciano i possibili clienti direttamente per telefono, sostenendo di attingere a un registro in realtà inesistente, oppure si presentano direttamente sul luogo di villeggiatura o, ancora, organizzano falsi giochi a premi in cui, per ritirare la vincita, spesso un viaggio, bisogna firmare un contratto», ancora il Centro europeo consumatori. Basandosi su capacità dialettiche e poca attenzione delle vittime scatta la scucitura del portafoglio: «Si pagano circa 2.000 euro per il mandato alla vendita. In cambio, però, si garantisce solo il tentativo di piazzare la proprietà, a volte a cifre più alte di quelle pagate per l’acquisto. Nel caso della chiusura dell’affare, però, la somma guadagnata non viene versata in contanti». Cosa succede? «Si attiva il meccanismo dei “punti-vacanza” del sistema “Holiday Club”. Una rendita di 8.000 euro, per esempio, viene commutata in punti incassabili solo come decurtazioni da pacchetti per le ferie venduti su appositi portali web». Sostanzialmente uno scambio? «No - replica Nardo - perché per entrare nel sistema è necessario pagare una quota d’iscrizione di altri 2.000 euro circa, a volte un canone di 104 euro l’anno. Non solo, la promessa di usufruire di sconti, tour operatori, voli e villeggiature di top-class viene disattesa e i pacchetti non sono acquistabili totalmente con il saldo dei punti-vacanza, ma solo una percentuale di questi tra il 20 e il 70%. Il resto, ovviamente, è altro contante. Il tutto viene, ovviamente, contrattualizzato, anche se con formule generiche». Tutto il sistema, comunque, presenta in Alto Adige una casistica ampia e nebulosa. «Una signora - racconta Nardo - è venuta in lacrime da noi. Aveva acquistato una multi-proprietà a rate per 15 milioni di lire a Tenerife, ma aveva smesso di pagare dopo due anni. Era morosa, ma una società di rivendita l’ha contattata promettendo un ricavo di 18 mila euro, a fronte di un versamento anticipato di 4.000. Teniamo presente che, non pagando le rate, non era nemmeno micro-proprietaria dell’immobile». Ci sono margini legali d’intervento? «Difficile, perché spesso si tratta di società con sedi legali esotiche e fori competenti altrettanto lontani. Esiste una normativa europea dal ’99 che vale per le microproprietà di durata triennale o più, ma non parla di punti-vacanza. Qualcuno, addirittura, elude il sistema proponendo contratti da 2 anni e 11 mesi». Essere più attenti e rassegnarsi all’evidenza il consiglio del Centro europeo consumatori. «Chi vuole rinunciare alla proprietà è bene che pensi di farlo gratuitamente, liberandosi delle spese di gestione, perché il mercato non le assorbe più. Chi è invischiato nei punti vacanza contesti tutte le mancanze per iscritto. Evitate, comunque, questa formula per la vacanza: se pensiamo che, su base annua, ogni appartamento costa alle famiglie micro-proprietarie, nel complesso, 26.000 euro di spese condominiali è evidente che qualcosa non funzioni». L’ultimo consiglio? Attenzione a non avere la firma facile. © RIPRODUZIONE RISERVATA - Alan Conti

L'arte teorica e pratica spiegata ai più piccoli tra Warhol e Picasso


Alto Adige — 13 marzo 2010 pagina 37 sezione: AGENDA

BOLZANO. L’arte non ha età e nessuno vieta che possa essere interpretata e prodotta anche dai bambini: parte da questo presupposto il laboratorio «A come Arte» promosso dal centro giovanile Pierino Valer e dall’assessorato provinciale alla cultura italiana e presentato ieri in piazza Don Bosco. All’interno della sala Flavia, Remigio Finetto del Centro Syn, l’ideatrice Giorgia Merotto e l’assessore Christian Tommasini hanno mostrato al pubblico i risultati di un percorso curioso e interessante. Tra loro gli artisti dell’occasione: i bambini tra gli 8 e i 10 anni. «A come Arte» rappresenta un progetto che viaggia sostanzialmente su un doppio binario. Da una parte la cultura con l’analisi dei più grandi artisti del passato e l’interpretazione delle loro opere, dall’altro lo spazio ludico con ampio spazio alla creatività e alla fantasia dei più piccoli che hanno esposto ieri le loro creazioni. Un progetto articolato lungo tre incontri, ciascuno di un paio d’ore circa, affidati a due operatori. Il primo ha affrontato con i bambini l’analisi delle opere e degli artisti, mentre il secondo ha indirizzato il libero sfogo della loro fantasia. Risultato? Una bella miscela di arte per palati fini e l’esuberanza senza filtri tipica dell’età. Spazio, quindi, a reinterpretazioni di Michelangelo, Picasso, Mack, Haring e Warhol.«Ma quello che li ha affascinati di più è senza dubbio l’Arcimboldo, con i suoi ritratti fatti con frutta e verdura». Curiosa la rielaborazione di un poster di Andy Warhol creato per l’American Ballett. «Abbiamo anche affrontato - continua Giorgia Merotto - concetti basilari come forma, colore e rappresentazione artistica della realtà. Una volta interiorizzati questi presupposti ci siamo incuriositi nel vedere cosa poteva venirne fuori con le loro creazioni». E cosa è saltato fuori nel complesso? «Una visione scevra da qualsiasi preconcetto, non mediata o alterata da percezioni esterne. Dal punto di vista tecnico, invece, mi hanno colpito i tentativi di resa prospettica e gli accostamenti cromatici accurati. Una buona resa complessiva per quanto riguarda il ritratto, il colore, la forma e la percezione d’insieme». Che quello dei bambini sia uno spirito critico completamente libero lo confermano le parole del piccolo Daniel: «Picasso però faceva dei ritratti piuttosto brutti». «Per loro - ride Merotto - quello che vedono esiste e, chiaramente, una persona come quelle dipinte dall’artista spagnolo non risponde ai canoni classici di bellezza». Oltre alla produzione pratica, però, «A come Arte» aveva una precisa finalità pedagogica: «Intendevamo fornire ai più piccoli strumenti per comprendere meglio il linguaggio artistico. Ciò che loro vedono e ciò che è, non hanno filtri e poggiano sul linguaggio visivo basico del quotidiano. Proprio per queste peculiarità, se vogliamo, sono il peggiore dei critici possibili. Attraverso un percorso di questo tipo, comunque, permettiamo anche ai bambini di leggere le opere con più gusto per l’arte». © RIPRODUZIONE RISERVATA - Alan Conti

http://www.upload.bz.it/it/insights/professional-jury-andrea-maffei.htm

Di musica e di giovani, è indubbio, se ne intende. Sa cosa vuol dire cercare la strada per far sentire la propria musica, ma sa anche come ci si rivolge a chi ha da poco messo la testa tra i maggiorenni. Lui è Andrea Maffei, musicista tra i più noti della città, capace di vincere due volte il premio “Canzone d’autore città di Recanati” con la “Spritz Band” (assieme al presidente della giuria di Upload Claudio Astronio) e di trasmettere il fascino della musica di Fabrizio De Andrè, senza scadere nella retorica, con “il Suonatore Jones”. Quel che spesso non si considera, però, è che Andrea è anche istruttore di scuola guida e i ragazzi giovanissimi li conosce a menadito. Per trovare chi potesse aprire la serie di commenti “eccellenti” ai brani iscritti al contest 2010, quindi, non si poteva bussare a porta migliore. Chi si aspetta giudizi diplomatici è meglio non prosegua, qui non si va per il sottile. Quello che le giovani band cercano non può essere solo una liscia parete di lodi sperticate, ma una scrollata netta per capire quale strada prendere e come percorrerla meglio. Escono bocciature sonore, ma anche incoraggiamenti invitanti e in generale l’apprezzabile sensazione di sbattere ai ragazzi in faccia il mondo della musica vera: quello non facile da affrontare, pronto a giudicare e che pretende il salto di qualità. Con i complimenti si sorride, con le critiche si migliora e se ci scappa la lode di un musicista state certi che il sapore sarà molto più dolce. Ecco, quindi, i commenti sintetici di Maffei sulle prime band iscritte che abbiamo avuto il piacere di raccogliere mentre l’artista lavora con la sua band al nuovo progetto del “Suonatore Jones” basato, ovviamente, sulle musiche del grande Faber. FAIL, Monologo:"Voce bassa, peccato perché il brano vale e probabilmente il testo è interessante su un tappeto musicale un po’ sconclusionato. Per il genere, perfetto".

THE MIRRORS, Hit the sun:"Voce anche qui bassa. Si tende a sottovalutare la voce e invece non si deve dimenticare che si affronta la forma canzone e che qualcuno si è dato da fare per scrivere delle parole. Bella canzone, in linea con le produzioni imperanti".

SLIDE A, Nulla più:"Inascoltabile e sempre con lo stesso problema della voce bassa. In aggiunta si nota una sorta di Theremin che la fa da padrone. In sintesi la canzone è ricercata, ma completamente squilibrata".

THE SWINES, Pig like me: "Metallino in linea, gradevolmente eseguito. Il titolo (“Maiale come me”) promette un testo “cattivo”, ma poi sbraca in concetti aerei".

SIMO E MIKY, Non sei solo: "Parole in libertà, musica ancora di più, ognuno per i fatti suoi. Qui c’è da imparare a costruire una canzone, ma questo discorso vale per molti. Non è obbligatorio, comunque, scrivere brani, ci sono tante occupazioni interessanti a questo mondo. Anche io, per esempio, se non ho nulla da dire, faccio l’istruttore di scuola guida".

FALLACY LENS, Our innocence: "Musica volutamente deprimente. Buona volontà, ma non basta…"

PREHATE, Survive: "Metallo tombale, “Doom Metal”?? Mah. Viene sempre da chiedersi, intraprendendo una scelta del genere, quanto sia difficile riuscire a dire qualcosa di nuovo. Nonostante, ben inteso, non ci sia bisogno di molto sforzo per scrivere un testo. Per gli amanti del genere, comunque, è plausibile".

SEXY CLAM, Sexual theory: "Bel brano. Grande voce e giusta esecuzione. Bella roba! Imbarazzante il testo: speriamo che la cantante abbia più di 18 anni! Nel complesso, comunque, davvero ottimo!".

PATRICK E CO, Can you see your life ending: "Gran bella canzone: un poco Cohen un poco West Coast. Tutto molto gradevole e voce molto interessante. E’ possibile avere il testo?".

LOVERDRIVE, Pull me down: "Godibile metallo leggero eseguito a puntino. Dovremmo, però, sempre chiederci: cosa voglio e riesco ad aggiungere con questa canzone alla musica che gira intorno?".

MAX VON MILLAND, Woher I eigentlich kimm: "Bella canzone, dolcemente cantata e suonata che inciampa in una citazione di “Yesterday”. Si può, tuttavia, perdonare per la buona intenzione. Peccato non avere il testo e complimenti per il “coraggio” a scrivere nella propria lingua".

NEBULA, Baciosolounbacio: "Un “madrigale” su un testo intimissimo, con una voce che non viene da Bolzano e che ricorda il vecchio Mario Castelnuovo. Sarebbe interessante sentire qualcos’altro del ragazzo, questa canzone è forse un po’ “pochina”".

FUXIMILE, Cuore di legno: "Bella canzone!! Completa. Bene l’esecuzione e bella storia raccontata. Aggiungiamo un giusto refrain, un cantante credibile e una band in linea e abbiamo un ottimo risultato".

RUINED WINGS, Can’t stop the tears:"Cantante e batterista da fermare! Testo improponibile. Mai come in questo caso ci si chiede: “ma si ascolta musica? Si ha un’idea della realtà? Si crede veramente che il mondo abbia bisogno di questa canzone? Bisogna prendere coscienza dei propri limiti, sforziamoci un poco e riproviamoci: c’è molto da lavorare"

Alan Conti

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lunedì 15 marzo 2010

Gli ambulanti: il mercato in Centro


Alto Adige — 14 marzo 2010 pagina 14 sezione: CRONACA

BOLZANO. Affari in calo per gli ambulanti di piazza Vittoria, via Orazio e via Cesare Battisti, tanto che per superare la crisi c’è chi suggerisce di spostare le bancarelle in piazza Walther. Per i più lungimiranti sarebbe anche un modo intelligente per far tornare i turisti al mercato. Tra i clienti, in questo momento, ci sono tanti stranieri e pochi altoatesini. Ad immaginarsi che i problemi dei commercianti del mercato di piazza Vittoria siano lo spostamento per fare spazio ai lavori del parcheggio o la realizzazione di una corsia per le emergenze in via Cesare Battisti si va fuori strada. Il cruccio maggiore di chi lavora dietro i banchetti, infatti, è squisitamente professionale: il crollo delle vendite e la crisi che batte forte anche sulle tasche dei bolzanini. Per il resto la porta verso il Comune è socchiusa e qualcuno azzarda una provocazione: «Spostiamoci in piazza Walther». Parte come classica boutade, poi raccoglie ampi consensi e alla fine spinge a chiedersi: perché no? La prima voce arriva da via Orazio, la via dei fiori: «Gli affari vanno decisamente male - sentenzia Sigisfredo Boschini - perché la gente non si spinge fino a qua. Non solo, la crisi fa sentire i suoi effetti anche su di noi». La conferma arriva in via Cesare Battisti da Simone Fabbri: «Negli ultimi due anni registriamo un netto calo. Le cause? Perdita del potere d’acquisto e il freddo pungente dell’inverno». La strada, però, sarebbe quella interessata dall’eventuale corsia d’emergenza. «Credo - spiega Riccardo Romanelli - che sia una necessità. Finchè possiamo cercare una soluzione condivisa è bene darsi da fare. Se per disgrazia dovesse succedere qualcosa, allora non potremmo più avere nessuna voce in capitolo. Gli affari, invece, sono un problema: pochi incassi, sia da parte dei bolzanini sia da parte dei turisti». Meno convinta dello spazio per le emergenze è Michela Höller: «Credo che i mezzi possano passare lo stesso. Il calo degli introiti, invece, penso dipenda dal fatto che si vedono sempre meno altoatesini e più stranieri». Paolo Leuci mitiga il coro di lamenti: «Volendo si può lavorare degnamente anche se non come qualche anno fa». Spostandosi in piazza Vittoria il tasto dolente diventa l’eventuale trasloco per far spazio ai lavori di riqualificazione. «Guardi, è sbagliato dire che i commercianti siano contrari a prescindere, la vera discriminante è la soluzione alternativa. Perché, per esempio, non ci spostano in piazza Walther? Sarebbe un bel gesto simbolico con la cittadinanza, anche quella più umile, accolta a braccia aperte nel salotto buono di Bolzano. Non solo, porteremmo gente pure per i negozi del Centro in un circolo virtuoso». Renato Galeazzi spiega le resistenze: «La clientela è abituata ad averci qui, chiaro però che se il Comune ci obbliga siamo costretti a fare le tende e piazza Walther non sarebbe affatto male. Di certo sarebbe un suicidio mandarci nelle zone periferiche». Lorenza Garaboni sarebbe addirittura entusiasta dell’ipotesi: «In un sol colpo ci guadagniamo noi in una bella cornice, la città e i bolzanini che avranno una piazza Vittoria nuova e, perché no, i negozianti del Centro. Nel frattempo, comunque, facciamo anche noi i conti con la crisi». Gianluca e Mario Lungo, invece, girano i mercati del Triveneto: «A Trento la situazione è migliore. C’è più spazio per le bancarelle, più comodità e senso estetico. Qui vanno fatte delle migliorie. Piazza Walther? Sarebbe un sogno. A Mantova, per esempio, il mercato è in Centro». Intanto Marina e Giuliano Cirolin confermano il fascino immutato del mercato del sabato per i bolzanini: «Rappresenta una tradizione è un appuntamento fisso. Si viene per comprare qualcosa, ma anche per incontrare amici e conoscenti. Con lo spostamento in un’altra piazza non credo che cambierebbe molto: è un rito». E i riti familiari, si sa, spesso si fanno in salotto. © RIPRODUZIONE RISERVATA - Alan Conti

Gioco d'azzardo, una malattia sempre più diffusa


Uomini, indifferentemente tedeschi o italiani, spesso soli, ammaliati dal fascino sinistro delle macchinette e che ammettono di avere un problema col gioco solo dopo dieci anni di dipendenza. Ecco l’identikit tracciato dai dati distribuiti ieri dal Forum Prevenzione nell’ambito della presentazione della brochure “Gioco d’azzardo: informazioni e rischi” curata dal gruppo di lavoro “Gioco d’azzardo patologico”. I numeri descrivono la realtà altoatesina riferendosi all’attività del servizio ambulatoriale e del Centro di Terapia Residenziale “Bad Bachgart” del Comprensorio Sanitario brissinese.
Tra il 2006 e il 2008, quindi, sono state 130 le persone che si sono rivolte al Sert, di cui l’86% sono uomini e il 14% donne. Allargando al 2009, invece, si contano 60 ricoveri al “Bad Bachgart” con un 10% di dipendenze dai giochi d’azzardo. Tra queste, il 90% sono uomini. Lo stato di famiglia, invece, rivela come il 60% siano non sposati, divorziati o separati e il 40% con moglie e marito. Nel centro di Terapia, invece, le percentuali si suddividono rispettivamente in 75% e 25%. I dati del Sert, inoltre, evidenziano il ruolo principale delle “macchinette” che coinvolge il 41% dei dipendenti, il 12% si rifugia nei Casinò, mentre è difficile stabilire una cifra precisa per la febbre da “Gratta e vinci”. Specifiche interessanti arrivano anche dai dati più dettagliati di “Bad Bachgart”. Italiani e tedeschi si dividono perfettamente al 50%, con il gruppo ladino accorpato a quello italiano e con le “macchinette” regine anche qui con una quota del 60% di dipendenze. Ci vuole del tempo, comunque, per accettare lo status di malato del gioco se si considera che il primo ricovero avviene mediamente dopo 10 anni di gioco, mentre solo il 18% si rivolge alla struttura dopo 5 anni di attività. Da notare le patologie correlate che nel 50% dei giocatori portano all’alcoldipendenza oppure a disturbi psichici come la depressione.
“La nostra realtà – spiega la responsabile Christa Ladurner – è ormai tempestata dall’offerta di giochi di ogni tipo o natura. Su internet si ha solo l’imbarazzo della scelta sui portali del poker, le ricevitorie si moltiplicano, nascono nuovi concorsi e le macchinette vengono posizionate ovunque. Il fatturato statale dei giochi è aumentato nel 2009 del 13% rispetto a quello del 2008 per un totale di 50 miliardi di Euro che rendono allo Stato circa 9 miliardi di entrare fiscali. Il business è incredibile e proprio per questo c’è grande libertà per le nuove proposte, ma uno stretto controllo sul rispetto delle regole del Monopolio”. Un’analisi in profondità, dunque, quella redatta dal gruppo di lavoro formato da rappresentanti dei quattro SerD, dell’associazione “Hands”, della Caritas di Silandro, del Forum Prevenzione e del Centro “Bad Bachgart”. “Il primo contatto – continua Ladurner – avviene solitamente con la televisione. Il fenomeno, comunque, interessa tutta Europa, ma ci sono legislazioni dalle quali si può imparare. In Svizzera, per esempio, è vietata la presenza di macchinette nei bar e in Olanda la scelta è demandata ai singoli Comuni”. Commenta i risultati l’assessore provinciale alla Sanità Richard Theiner: “Una piaga, figlia anche della crisi, che preoccupa e coinvolge tutta la famiglia. Ci sono persone che hanno perso tutto”. Quello che i dati non dicono, però, è che in seguito al nuovo accordo finanziario tra Stato e Provincia i 9/10 di alcune tasse, tra le quali quelle sul gioco, entrano direttamente nelle casse provinciali. Ciclicamente, inoltre, rispunta il tormentone dell’apertura di un Casinò a Merano: quale la posizione dell’amministrazione? “In giunta – taglia corto Theiner – non ne abbiamo mai parlato. Personalmente, comunque, sono contrarissimo”.

Studenti migranti, in 10 anni amentati del 400%


Non tutti gli alunni stranieri sono uguali: c’è distinzione, infatti, tra chi è nato nella nostra Provincia e chi presenta un background migratorio e deve adattarsi a una nuova lingua in un nuovo sistema scolastico. In un decennio, dal 1999 al 2009, l’aumento di studenti migranti è stato esponenziale, toccando quota 394% nella scuola italiana e 401% in quella tedesca. La percentuale sugli iscritti dell’anno scolastico 2008/2009 si attesta, però, al 4,1% per gli istituti tedeschi e si impenna al 17% in quelli italiani. Questi i dati principali distribuiti ieri dall’Intendenza Scolastica tedesca in occasione della presentazione del volume bilingue “Insieme sulla stessa strada”, curato dall’Istituto Pedagogico tedesco e focalizzato sul lavoro dei centri linguistici in questo settore. Un compendio di norme, pratiche didattiche e storie utili ai professionisti della scuola, ma anche alla gente comune per capire la realtà dei giovani migranti che sono catapultati nella nostra provincia. Un trend che, come evidenziano i numeri, si presenta in costante crescita e non accenna a fermarsi, coinvolgendo, e questa è una novità, sempre più il mondo tedesco.
Analizzando nel dettaglio, comunque, i bambini e ragazzi con background migratorio della scuola italiana raggiungono il 19,3% nella scuola dell’infanzia, il 18,1% nella primaria, il 19,1% nelle medie e il 12,9% alle superiori, con punte del 32,9% nella Formazione Professionale. Per quanto riguarda la situazione tedesca, le quote si attestano al 5,8% all’asilo, 4,5% alla primaria, 4% alle medie e 2,3% alle superiori e solo sfiorata (3,3%) la Formazione Professionale. A livello globale i “migratori” si suddividono al 57,13% negli istituti italiani, al 41,45% in quelli tedeschi e l’1,42% frequenta le scuole ladine.
Le percentuali, però, non raccontano una realtà numerica interessante: nel computo generale la presenza di stranieri migranti negli asili e scuole primarie tedesche sta avvicinando la realtà italiana. Nelle scuole dell’infanzia si contano 697 iscritti “migranti” agli istituti italiani e 655 in quelli tedeschi, mentre le elementari italiane ne contano 1082 e 918 quelle tedesche. La distanza percentuale, quindi, è dovuta essenzialmente al totale degli iscritti. Contando tutti i gradi di istruzione, inoltre, la differenza è quantificabile in 1.005 iscritti (3.663 contro 2.658), in gran parte dovuti allo scarto presente nella scuola superiore e alla Formazione Professionale.
Peter Höllrigl, Sovrintendente alla scuola tedesca, prova a interpretare i numeri: “Inizialmente la scuola italiana era preferita dagli stranieri per questioni di ubicazione nei centri urbani come Bolzano o Merano, ma anche per affinità linguistiche o semplicemente perché l’Alto Adige rappresentava la terza o quarta tappa italiana di queste famiglie. Oggi, invece, la diffusione negli istituti tedeschi sta crescendo e rappresenta per noi una bella sfida che intendiamo vincere assieme alle strutture italiane e poggiando sul lavoro dei centri linguistici. Attenzione, comunque, che al crescere degli studenti non corrisponde per forza un aumento delle famiglie straniere perché spesso si tratta di ricongiungimenti”. In chiusura Höllrigl intende sfatare una leggenda urbana: “Smettiamola, per favore, di dire che le scuole tedesche cacciano gli stranieri e li mandano in quelle italiane perché non è mai stato così”.

sabato 13 marzo 2010

Piazza Erbe minaccia lo sciopero


Alto Adige — 12 marzo 2010 pagina 19 sezione: CRONACA

BOLZANO. Così non si può andare a avanti, dicono. E sono pronti a tutto. Anche a scioperare: un evento che non avrebbe precedenti. La «minaccia» arriva dai titolati degli storici banchetti di piazza Erbe, costretti, a loro dire, a fare slalom tra paletti sempre più stretti. Tra burocrazia, tasse, movida, sporcizia, giro d’affati in calo e chi più ne ha più ne metta la situazione sta diventando insostenibile. La bocciatura comunale dell’omologazione dei banchetti di piazza Erbe è solo un contentino. Insufficiente. E’ questo il pensiero che serpeggia tra i commercianti della piazza che lamentano le fine delle riserve di pazienza nei confronti del Comune. Sporcizia al mattino, divieto degli sgabelli, tasse aumentate, ritiro dei rifiuti disorganizzato, bici selvagge, mendicanti, progressiva perdita della componente locale: tutti fattori che ribollono dietro i banchetti e qualcuno arriva addirittura a prospettare uno “sciopero dei banchi”. «Bene la bocciatura delle norme sui banchetti, ma qualcuno intende fare qualcosa per pulire questa piazza dopo la movida?», apre le danze Roland Fister. «Per non parlare del passaggio selvaggio di biciclette al mattino - gli fa eco Maria Russo di “Mück” - ormai insopportabile». Dino Perri risponde dallo storico banchetto di “Bonadio”: «Il lavoro qui ci sarebbe, ma devono permetterci di farlo nelle migliori condizioni. L’immondezzaio del venerdì sera? Ormai è una costante sconsolante». Da un altro banchetto si leva una voce anonima: «E i mendicanti? Un continuo viavai senza controllo. Si vuole uniformare il mercato? Benissimo, che ci pensi il Comune a tirare fuori i soldi per un gioiello turistico». Nemmeno gli affari, comunque, sembrano andare benissimo: «Si lavora molto poco - dichiara Shahid Javaid - e senza i turisti si fa molta fatica». Ilse Mercuri, invece, è lapidaria: «Piazza Erbe è morta. Ci hanno piazzato alle spalle un supermercato con frutta e verdura, vietato gli sgabelli espositivi e le cassette che sporgono. Il Comune fa l’esatto contrario di quello che chiediamo, sempre». E Irma Gamper: «La lettera di dicembre che ci invitava alla pulizia e all’ordine è semplicemente patetica e offensiva. La mattina io trovo i faretti rotti, la colla nei lucchetti, le birre versate che penetrano fino alla merce, urina, escrementi, vomito, siringhe, vetri e bottiglie. Ladinser ci ha detto che le pattuglie notturne sono insufficienti per controllare la piazza. Le pare che il problema siano davvero gli sgabelli in più o la mancata uniformità del mercato?». Anil Kumari, lì vicino, parla della clientela: «Ogni banchetto fa storia a sé. Alcuni lavorano con i residenti, altri solo con i turisti: non tutti abbiamo le stesse esigenze». Fabrizio Lago è chiaro: «Vogliono una splendida “piazza”, ma se ne fregano delle “Erbe”. In Comune ci vorrebbe qualcuno che sappia cosa significa vendere frutta e verdura e che capisca le nostre esigenze. Per ora c’è solo tanta insoddisfazione e il rischio che qui si passi tutto in mano agli extracomunitari». Antonella Manichi soffia sul fuoco: «Ci hanno anche aumentato le tasse, ora paghiamo pure l’ombra dei tendoni, sotto i quali non può esserci una cassetta in più. Non solo, con la raccolta differenziata ci costringono per giorni ad ammucchiare i cartoni. Siamo tutti molto arrabbiati: si potrebbe pensare a uno sciopero che lasci vuota la piazza. Come si giustificherebbero con cittadini e turisti?». Già, perché piazza Erbe rimane nel cuore di molti bolzanini, come Antonio e Franca Graziano: «A questa piazza non rinunceremmo mai. E’ un simbolo e un orgoglio della nostra città». Erna Pichler è cliente storica: «Vengo sempre qui perché qualitativamente non c’è paragone. Posso capire le ragioni dei commercianti: non roviniamo questo gioiello». © RIPRODUZIONE RISERVATA - Alan Conti

venerdì 12 marzo 2010

Premio a idee e design altoatesini


Alto Adige — 11 marzo 2010 pagina 29 sezione: AGENDA

BOLZANO. Escono dalla facoltà di design e arti dell’ateneo bolzanino gli artisti più promettenti a livello internazionale. A sancirlo è il prestigioso premio “Talente 2010” assegnato dalla fiera Ihm di Monaco di Baviera a Veronika Gantioler, designer di Barbiano laureata alla Lub. La rassegna è un appuntamento che mette in mostra i migliori prodotti artigianali mondiali, con una branca specificatamente dedicata alle idee innovative nel campo del design. Gantioler ha vinto il prezioso riconoscimento con un progetto che, seppur pescato dal mondo funebre, risolve profonde questioni morali e propone una piccola consolazione al dolore del lutto. Si chiama “Gaia”, infatti, l’urna cineraria ideata dalla designer di Barbiano che ha la particolarità di sciogliersi nel terreno una volta seppellita. Non solo: il vero tocco innovativo consiste nell’incapsulamento, all’interno dell’urna, di alcune sementi che, dopo lo scioglimento e amalgamandosi con la terra, portano alla crescita di piante di varia natura. Una rappresentazione concreta, dunque, del ciclo della vita che permette un’alternativa a quanti si interrogano sulla scelta tra l’inumazione, l’incenerimento e la restituzione del corpo al terreno. Una via d’uscita anche per chi guarda con scetticismo alla tumulazione. Al tutto, ovviamente, va aggiunto il valore simbolico e celebrativo che acquista la pianta o l’albero che crescerà: autentico monumento funebre totalmente ecologico e naturale, oltre che un inno alla vita che continua. Da un punto di vista tecnico questo progetto, che di fatto è stato la tesi di laurea di Veronika Gantioler, poggia su un’urna composta di materiale naturale, biodegradabile e solubile al contatto con il terreno. (a.c.) © RIPRODUZIONE RISERVATA

http://www.upload.bz.it/it/insights/julius-bana-upload-tour-d-adrenalina.htm

Upload Südtirol Tour partirà con una scarica di adrenalina, poco ma sicuro. Sabato 20 marzo alle ore 20 alla disco-taverna Ladum di Prato allo Stelvio, Val Venosta pulsante, si taglierà il nastro della manifestazione che porterà Upload, di palco in palco, in tutto il territorio provinciale. Protagonista dell’evento di apertura è la rock band bolzanina Julius Bana, uno dei gruppi più conosciuti a livello locale, ma anche fuori dei confini altoatesini. Assieme a loro alcune tra le band iscritte al contest e tutto il materiale informativo in merito al Festival della musica giovanile. Formatisi nel 2006, già dopo un anno i Julius Bana raggiungono la notorietà grazie alla vittoria nelle selezioni regionali dell’ Italiawave che permette loro di esibirsi sul palco assieme ai Casino Royale a Firenze. Un concerto che attira su di loro l’attenzione della stampa specialistica nazionale e internazionale, con articoli specifici su testate come Insound e Fm4. Non solo, il brano “I love my town” entra a far parte della compilation ufficiale della manifestazione e il loro spazio su myspace diventa in breve tempo uno dei più visitati nella categoria unsigned. Come una collana, i Julius Bana infilano in seguito la partecipazione da headliner al Frisbee World Championship di Rimini e aprono i concerti dei NoFx e Soulfly in occasione dello School’s out 2008 a Bolzano e Rock im Ring 2009 a Collalbo. Brilla, inoltre, la partecipazione alla Festa dell’Unità di Bologna. In mezzo, logicamente, esibizioni in lungo e in largo nella provincia di Bolzano e qualche puntata di spessore all’estero. Apprezzate anche le esibizioni in qualità di cover band di Vasco Rossi e, non ultimo, il concerto per Upload on the stage nella scorsa edizione del concorso. I line-up della band è di quelli da annotare. Jack Frison alla voce, Christian Dasser alla chitarra, Andrea Polato alla batteria, Luca Ghinato al basso, Matteo Cuzzolin al sax e Stefano Manca all’organ synth. Proprio il batterista Polato è giudicato dagli specialisti uno dei più abili musicisti della scena locale. Oltre ai Julius Bana, infatti, segue una molteplicità di progetti ed è stato pure project manager della rassegna artistica mondiale Manifesta 7. Assieme al sassofonista Cuzzolin, con lui sul palco con i Julius Bana, e al noto bassista bolzanino Marco Stagni, Polato sta curando l’originale progetto free-jazz chiamato “Fat-Ish”. Il palco, però, sarà tutto per i brani del nuovo Lp firmato Julius Bana e intitolato “Ni-Hao”. Una miscela di rock, funk, musica balcanica, accenni psichedelici e cura meticolosa degli arrangiamenti. Il tutto condito dall’ormai proverbiale scarica adrenalinica e dalla dissacrante simpatia che contraddistingue i loro concerti. Praticamente impossibile, insomma, non lasciarsi coinvolgere da quello che succede sul palco. I testi, inoltre, dipingono narrazioni oniriche di buona caratura e spingono la mente verso atmosfere e paesaggi lontani. Invito sfizioso, infine, è quello di prestare attenzione alle venature particolari del sax e agli assaggi di elegante wurlizer disseminati qua e là nel loro autodefinito “Dramatic Art Rock di Los Bolzaneles”. Teatro dello spettacolo sarà, quindi, la taverna Ladum, cornice perfetta nella splendida Venosta. L’indirizzo, per chi arriva da fuori, è via Principale 101. C’è da arrivare in orario per cavalcare l’onda adrenalinica- Alan Conti Per saperne di più: http://www.myspace.com/juliusbana Per farci sapere di più: conti.alan@yahoo.it

giovedì 11 marzo 2010

Nella scuola moderna il convitto è diventato un college all'italiana


Alto Adige — 10 marzo 2010 pagina 30 sezione: AGENDA

BOLZANO. «Fallo ancora una volta e ti spedisco dritto in collegio». Ecco una classica minaccia che ha fatto la storia delle famiglie italiane, declinata con una variante, convitto al posto di collegio, ma la sostanza non cambiava. Oggi si tratta di scenari passati, un poco perché, si sa, i figli si tengono in casa anche quando la tenera età è scivolata via da un po’ e molto perché i collegi, o convitti che dir si voglia, non sono più quelli di una volta e assomigliano sempre più ai loro cugini statunitensi che finiscono per “e”. Meno collegi e più college, dunque, ed è cosi anche per il Convitto “Damiano Chiesa” in via Fago, che ieri ci ha aperto le porte per scoprire come si vive dentro questo piccolo mondo. Premessa fondamentale: qui i ragazzi che devono cominciare a essere autonomi sono davvero molto giovani, spesso spinti fuori casa da passioni sportive e rappresentano l’esatto contrario dei famosi “bamboccioni”. L’interno del Convitto rivela tutta la sua storia, con un’architettura ben squadrata e le foto d’epoca ai muri. La ventata di freschezza arriva dalle persone, a partire dalla direttrice Annalisa Gallegati: «Oggi si stipula un autentico contratto formativo con genitori e ragazzi, con specifici compiti finalizzati allo sviluppo delle capacità dell’alunno, al rispetto delle regole, della puntualità, delle relazioni interpersonali e legato al raggiungimento di un chiaro percorso educativo». Trait d’union sono, logicamente, gli otto educatori della struttura. In Convitto, però, ci si arriva giovanissimi «e i primi giorni - ci racconta Andrea Baldo, giocatore di hockey nell’Egna - non sono affatto semplici se non conosci nessuno». «Più facile - interviene Tomas Mair, calciatore della Virtus Don Bosco - se si ha l’opportunità di conoscere già altri ragazzi, come è capitato a me nel nostro numeroso gruppo della Val di Fiemme». La giornata è scandita da orari precisi: mattina a scuola, pomeriggio a metà tra studio e svago e sera libera fino alle 22.30-23. «Viviamo - racconta Alessandro Zorzi - in stanze da 2 a 4 posti, dobbiamo imparare presto a convivere dicendoci tutto senza lasciar covare le tensioni. E’ importante imparare in fretta i diversi caratteri». C’è una caratteristica che accomuna questi ragazzi: sembrano molto più grandi della loro età. «E’ una necessità - chiarisce Marco Vinante, giovane campione di windsurf freestyle - perché all’inizio si fa fatica a restare dentro le regole, ma con l’aiuto degli educatori s’impara a trovare delle mediazioni». Già, perché le regole sono fisse, ma l’elasticità non può mancare. «Non possiamo - interviene l’educatrice Antonietta Scarano - far finta che tutti siano uguali. Ovvio che ogni ragazzo ha le sue necessità e dobbiamo essere bravi a capire dove si può concedere qualcosa in più e dove è meglio essere intransigenti. Che fatica, però, convincerli ad alzarsi la mattina...». Chiaramente il rapporto che si instaura tra educatore e ragazzo è qualcosa che va oltre all’aspetto scolastico. «Noi siamo un supporto per lo studio - ammettono Sabrina Cannas e Katia Cimadon - ma è innegabile che ci sia anche un piano affettivo. Non siamo il professore, ma nemmeno l’amico coetaneo, dobbiamo trovare una via di mezzo. Che triste, però, quando alcuni di loro ci salutano». Thomas Deflorian sarà tra questi a breve: «Voglio diplomarmi e andare in America. Gli educatori sono figure importanti per noi perchè se da una parte non sostituiscono la famiglia, dall’altra sono gli adulti che ci sono più vicini quando siamo qui». Il Convitto conta 56 ospiti, praticamente tutti di lingua italiana e, ovviamente, maschi. E le fanciulle? «Dobbiamo frequentarle fuori - ci raccontano - mentre qui dentro possono entrare solo le ragazze della Marcelline in occasione delle feste musicali. Farle entrare di nascosto? Vietatissimo», ma i sorrisi lasciano intendere qualche piccolo strappo non autorizzato. Il Convitto, oltre alle stanze, è completo di aule studio con strumenti d’avanguardia, palestre, spazi per lo svago. «Sono importanti - conclude la direttrice - il laboratorio di grafica, quello musicale, così come gli svariati progetti che vengono portati avanti con i ragazzi». A farsi un giro per il Convitto, comunque, un risultato è assicurato: quella minaccia di qualche anno fa ha smesso proprio di far paura. © RIPRODUZIONE RISERVATA - Alan Conti

Piazza Verdi, l'addio del benzinaio: "Apro una pescheria al Centrum"


Alto Adige — 10 marzo 2010 pagina 15 sezione: CRONACA

BOLZANO. Dalla pompa senza piombo al pesce. Gianfranco Ropele - per decenni benziaio Ip in Piazza Verdi - il 27 marzo (inaugurazione alle ore 15) aprirà al Centrum di via Galvani la pescheria in franchising “Sapore di mare”. Ropele è diventato famoso in città perché paladino-difensore del distributore di benzina in Piazza Verdi, oggi tutelato dai Beni architettonici, ma che in passato era stato messo in serio pericolo fino a rischiare la demolizione. Dalla tutela architettonica a quella della salute dei concittadini (Omega 3!): quello di Ropele è un gran bel salto per un uomo che ha iniziato a lavorare alla pompa nel 1981. «Ricordo bene come ad un certo punto - racconta - negli anni ’90 il Comune avesse deciso di buttare giù tutto e mi avesse pure spedito lo sfratto esecutivo. E così io, che non volevo rassegnarmi anche perchè quella era la mia unica attività, ho cominciato una battaglia per salvare le pompe». Una lotta combattuta su più piani, da quello tecnico-istituzionale a quello affettivo. «Ho raccolto 2.700 firme che conservo ancora oggi e che ho consegnato all’amministrazione ricordando loro che erano 2.700 voti. Poi, grazie all’intervento tecnico dell’architetto Mayr Fingerle, il distributore è finito sotto tutela». Le storiche pompe, però, adesso perdono il loro padre putativo perché Ropele, fiaccato da orari massacranti a 65 anni, ha deciso con la moglie Ines di passare la mano. «Non avete idea di quanto tutto questo mi rattristi, ma non era più possibile andare avanti così. Dalle 8 alle 23 bisognava essere costantemente presenti perché chi pensa che possa bastare il self-service si sbaglia di grosso: i clienti vogliono anche attenzione, oltre ai più classici controllo gomme o cambio dell’olio». Il distributore, comunque, dovrebbe riaprire dopo una breve ristrutturazione, sotto le insegne “Api-Ip”, anche se Ropele non dispensa certezze. E oggi Ropele ha deciso di cambiare vita: basta benzina e basta con gli orari infernali. «Apro una pescheria in franchising al Centrum di via Galvani. Si chiamerà “Sapore di mare” e si tratta di un negozio in franchising che trova spazio su 800 metri quadrati lordi e che vanta una superficie di vendita di 350 metri. In Italia questa catena ha già aperto 73 esercizi commerciali». Non si tratta di un salto nel buio perché il figlio ne ha aperto uno uguale a Trento. «In Italia è il negozio che fattura di più, un successone che nessuno si aspettava». Il segreto è presto svelato. «Applica prezzi che una società così grande ti permette di mantenere. Rispetto alla concorrenza, infatti, saremo molto competitivi, senza contare sul prodotto curato nei dettagli. E’ vero che a Bolzano gli affitti sono più cari, ma noi cercheremo lo stesso di dare una forte sterzata ed una boccata di ossigeno ad un mercato che in questa città è stagnante». Per ripetere il successo Ropele punta tutto sulla freschezza. «Il pesce che venderemo viene congelato direttamente sulla nave. Una volta pescato viene messo nell’azoto liquido a -260 gradi dove muore e si conserva intatto attraverso una minuziosa ed attenta catena del freddo che parte da Macerata e arriva al nostro bancone di vendita. Questo, oltretutto, impedisce il formarsi della classica puzza. Si può dire, comunque, che in città è difficile trovare di meglio perché la nostra ubicazione geografica impedisce di poter offrire pesce appena pescato come avviene invece nelle zone di mare. I nutrizionisti, per concludere, invitano a mangiare prodotti ittici almeno tre volte la settimana». © RIPRODUZIONE RISERVATA - Alan Conti

mercoledì 10 marzo 2010

L'otto marzo, per un giorno la casa Vke è il regno di bambine e mamme


Alto Adige — 09 marzo 2010 pagina 35 sezione: AGENDA

BOLZANO. Giochiamo alla festa della donna. In occasione dell’8 marzo la casetta del Vke a Parco Mignone si è trasformata in mondo di bambine, ragazze e mamme. Una giornata di cucina, giochi e laboratori al femminile, con, nel mezzo delle manifestazioni ludiche, spazio anche per una punta di riflessione. Nel volantino della manifestazione, infatti, troviamo il riassunto della tragedia della fabbrica “Cotton” del 1908 che segna la data simbolo dell’origine di questa festa. Nella cucina della casetta, ecco una coppia di Gertrud: Gummerer e Oberrauch, intente a impastare. «Insegnamo alle ragazze a fare il pane integrale», spiega Gummerer. «Il tutto servito a merenda assieme a burro e crescione. Si può anche portare a casa, ma solo per le mamme», le fa eco Oberrauch. Nel frattempo delle ragazze spadellano riso soffiato e cioccolata per un rudimentale Cioccorì e sospirano: «che bello senza i maschi che rompono...». Laura Sedda, nel frattempo, si dedica al massaggio di una fanciulla su una piccola sedia: «Insegnamo alle ragazze come sentirsi bene con se stesse. Le donne hanno esigenze diverse, affaticano di più le spalle e poi, si sa, una ragazza che sta bene con il proprio corpo risplende di bellezza. Gli uomini, invece, bilanciano peggio il peso e soffrono a livello lombare». Tutto intorno è un fiorire di laboratori di collane, perline e disegni. Pensare a un feudo dell’artigianato femminile, tuttavia, è fuorviante: al piano di sopra si sprecano le sfide a biliardo, computer e calcetto, alla faccia del machismo infantile. Una giornata particolare anche per le mamme che chiacchierano al sole e, a pranzo, si sono potute godere pure un pasto in rosa. «Una bella occasione per socializzare - racconta Federica con la figlia Arianna e l’amichetta Katia - e il pranzo a base di gnocchi al pesto è stata una bella trovata». Per la disperazione dei mariti costretti ad arrangiarsi a casa. Margit Ebner e Sylvia Gall, invece, si godono il tepore primaverile con un occhio ai bambini: «E’ bello poter usufruire di un’occasione diversa e celebrare in modo innovativo la festa della donna. I papà? Non credano di scappare, ogni tanto tocca anche a loro portare i figli al parco, le cose si fanno in due», e giù risate. Fatiha Sulimani, poco più in là, sfodera un sorriso: «Per noi è stimolante scoprire il significato e le belle celebrazioni della festa delle donna in un simile contesto. In questo modo, in un colpo solo, si fanno contente le mamme e le bambine». Elena Pugno, coordinatrice del Vke, tira le conclusioni: «Certo, è un’occasione di divertimento, ma pure un’opportunità per fermarsi a riflettere e stare insieme tra donne. Per le bambine, invece, una rottura degli schemi: le regole imposte dagli uomini che gestiscono solitamente la casetta, infatti, sono state rivoluzionate. Dietro l’aspetto ludico, comunque, c’è un intento importante di socializzazione che esce dalla routine quotidiana del parco e della CasaGioco Vke. I maschietti? Non si preoccupino, lunedì prossimo sarà tutto dedicato a loro». Pari opportunità, fin da bambini. © RIPRODUZIONE RISERVATA - Alan Conti

L'esortazione del Vescovo "abbattere tutti i muri linguistici e religiosi"


Alto Adige — 09 marzo 2010 pagina 17 sezione: CRONACA

BOLZANO. Tutti insieme, senza distinzioni né barriere. La messa con cui il vescovo Karl Golser ha celebrato ieri per il primo anno di episcopato può essere letta come un vero e proprio concentrato del messaggio trasmesso in questi dodici mesi al vertice della Diocesi. Un’omelia che invita esplicitamente ad abbattere tutti i muri che dividono i fedeli di questa terra, da quelli religiosi a quelli linguistici, senza dimenticare un delicato riferimento alle donne, nel giorno della loro festa. Tra il pubblico che ha gremito il Duomo in modo insolito se si considera l’orario mattutino di un giorno lavorativo si sono mischiati uomini di chiesa, forze dell’ordine e giornalisti fino ai più comuni fedeli, italiani, tedeschi e qualche straniero. Anche l’uditorio, in qualche modo, si fa simbolo del messaggio forte di questo episcopato: convivenza e fratellanza. Forti anche le parole scelte da Golser sull’altare: «Il mio motto è “Cristo è la nostra pace” e su questo baso questo mio cammino. In un testo di Isaia si dice che Dio è più grande di tutte le sue singole espressioni e per questo dobbiamo dialogare con tutti e cercare di appianare le differenze sociali e culturali». Una porta spalancata nei confronti di altre religioni che sempre più diventano realtà di questo territorio. «Con la sua crocifissione Gesù ha buttato giù il muro delle divisioni: una volta accettato il Cristo uomo e donna, povero e ricco sono tutti fedeli senza distinzione alcuna. Lo stesso vale per la lingua». Un pensiero, come detto, è stato dedicato anche alle donne: «Nel giorno della loro festa invito a percorrere decisi la strada della parificazione senza dimenticare i diversi e complementari ruoli affidati a uomini e donne». Precisazione forse dovuta nella blindata gerarchia ecclesiastica maschile. Parole che convincono politici e istituzioni, ma che raccolgono ampi consensi anche tra i fedeli. Edwige Herbst promuove il primo anno di episcopato: «Conosco da poco Golser, ma devo dire che non sta sbagliando una mossa. La convivenza? Bene i messaggio, dobbiamo rispettarci tutti e speriamo che Dio ci aiuti». Concetto ribadito da Elisabeth Rottensteiner: «Fa bene a volere la pace per tutti. Ce n’è bisogno in questo mondo. Un pregio di Golser, comunque, è la capacità di interessarsi di diversi argomenti, esprimendo un’opinione precisa che possa guidare i cristiani altoatesini». Franz Keschbaumer è un cappuccino e non ha voluto mancare alla messa di anniversario. «Grande vescovo, capace di incontrare il favore di ampi strati della chiesa provinciale». Lucia è la voce di Radio Sacra Famiglia e di Golser prova a dare un giudizio anche “professionale”: «La sua disponibilità verso il mondo della comunicazione è una grande dote. La possibilità per i fedeli di apprendere la opinioni dei vertici della Chiesa locale anche sul giornale o alla tv, senza dover aspettare la classica omelia, regala a questa Diocesi più capillarità sociale. Senza dimenticare che il messaggio è altrettanto importante: la convivenza può ricevere un impulso importante con questo Vescovo». Suor Elisabeth, scesa da Vipiteno, è più cauta: «E’ passato solo un anno e aspetterei a dare dei giudizi definitivi. Detto questo, però, è indubbio che il cammino intrapreso mi sembra proprio quello giusto». Chiusura dedicata al colonnello dei carabinieri Giacomo Barone: «Golser è un amico che conoscevo già prima della sua investitura. Sulla sua guida pastorale è stato già detto tutto, posso aggiungere che dal punto di vista umano si tratta di una persona eccezionale e di un teologo di altissimo profilo». © RIPRODUZIONE RISERVATA - Alan Conti

martedì 9 marzo 2010

L'otto marzo sul Tir Rosa, la camionista dei Magazzini Generali


Alto Adige — 08 marzo 2010 pagina 16 sezione: AGENDA

BOLZANO. Nel giorno della loro festa, ecco la storia di una donna che ha saputo imporsi in uno degli alvei lavorativi più maschilisti dell’immaginario comune: gli autotrasportatori. Lei è Rosa Di Gregorio, camionista fin da ragazzina, nata ad Orziano nel Vicentino, e bolzanina d’adoazione. Tutti i giorni, ma sarebbe meglio dire tutte le notti da dieci anni a questa parte, Rosa fa la spola con il suo camion tra Verona e Bolzano portando principalmente pollame ai Magazzini Generali o all’Aspiag. Il petto di pollo che arriva sulla nostra tavola si è sicuramente fatto un viaggio in compagnia di “Gringhella”. Mentre le compagne di scuola sognavano di fare la parrucchiera o la ballerina, Rosa aveva già deciso: «I miei genitori - racconta - possiedono la ditta di trasporti “Trans Royal” e fin da ragazzina sapevo che ci sarebbe stato bisogno di me una volta finiti gli studi». Chi pensa a un’imposizione, però, è fuori strada: «Ho cominciato a fare da “seconda” a mio padre in Francia, dandogli il cambio e accompagnandolo, poi ho preso la strada in autonomia. Al di là di tutto, comunque, dietro a questo lavoro c’è una passione che ti spinge a viaggiare, scoprire posti nuovi e sentire altre realtà come la tua casa: io la chiamo “camionite”». Rosa, in un solo colpo, sconfigge il tabù delle autotrasportatrici e quello anacronistico che vuole le donne al volante meno dotate. «Già - ride - però all’inizio non è stato per niente facile. I colleghi maschi mi hanno sempre guardato con una buona dose di scetticismo e le difficoltà di manovra dell’autotreno, impegnative anche per un uomo, a me pesavano di più. Credo che sia stato un atteggiamento figlio della nostra mentalità, in altri paesi è diverso. Con gli anni, comunque, le cose sono cambiate, hanno imparato a conoscermi e noi donne del settore siamo leggermente aumentate». Con le colleghe ha fondato un blog e un’associazione che si chiama “Lady Truck”, con il motto “Buona Strada”, che organizza eventi benefici, ma anche incontri cui partecipano camioniste di altri Paesi come l’Olanda o gli Stati Uniti. «Quando siamo vicine ci vediamo tra di noi, ci si sente con il Cb e ci conosciamo tutte. Non è difficile, non siamo mica centinaia». Proprio il Cb, a volte, è il sistema più classico per le avance dei colleghi: «Superato lo smarrimento di trovarsi al cospetto di una signora qualcuno ci prova», racconta divertita. ‹‹Scatta la più classica tempesta di domande, ma se diventano invasive taglio corto. Ho scelto il nome di “Gringhella” proprio per non lasciare adito a dubbi: con me non si scherza». Il carattere è bello forte, ma ha mai avuto paura? «No, mi capita spesso di dormire per strada, ma sinceramente non ho mai avuto timori particolari. Certo, Bolzano è uno dei posti più tranquilli e sicuri dove passare la nottata». In chiusura c’è spazio per una riflessione sull’A22 che in pochi conoscono come Rosa. «E’ davvero tranquilla, peccato per il divieto di sorpasso...». © RIPRODUZIONE RISERVATA - Alan Conti

lunedì 8 marzo 2010

Cgil: pensioni svalutate del 25%


Alto Adige — 07 marzo 2010 pagina 11 sezione: CRONACA

BOLZANO. Prezzi troppo alti in Alto Adige per pensioni rivalutate sull’inflazione nazionale. Risultato: una perdita del potere d’acquisto negli anni del 25%. I dati sono stati snocciolati al congresso dei pensionati Cgil, 14 mila iscritti in continua crescita. «Gli anziani hanno bisogno di chi li difenda». Potere d’acquisto in picchiata e carovita altoatesino in costante decollo: il risultato? L’inadeguatezza, ormai cronica, delle pensioni. La denuncia arriva direttamente dal congresso del sindacato Pensionati della Cgil (Spi-Lgr) tenutosi ieri. Dalle parole della relazione del segretario generale riconfermato Alfred Ebner e dalle testimonianze dei pensionati emergono tutte le difficoltà nell’arrivare alla fine del mese. Da una parte i tecnicismi politici che limitano l’assegno mensile, dall’altra i racconti di vita quotidiana di chi se la cava a pianificare la classica spesa alimentare, ma boccheggia di fronte agli esborsi straordinari, prevalentemente di carattere sanitario. Uno scenario che spiega la quota di 14mila iscritti Spi con un trend di crescita continua. «Le pensioni - esordisce Ebner - soffrono di un agganciamento all’inflazione nazionale che è penalizzante per gli altoatesini. A fronte di un adeguamento dello 0,7%, infatti, nella nostra provincia registriamo un aumento del paniere pari a 2,3%: significa che negli ultimi anni si è avuta una perdita di potere d’acquisto del 25%. Lo stesso paniere, poi, andrebbe ripensato quando si rapporta alle pensioni: che senso ha dare un peso relativo alle spese alimentari e tenere ampiamente conto di computer, tecnologie, pizzerie e ristoranti? Tutti conosciamo lo stile di vita dei nostri anziani, tranne chi governa questi calcoli. Altra questione importante è l’apprendimento permanente dei pensionati, specialmente nei rudimenti d’informatica. La vita quotidiana, intanto, è difficile e in tanti vengono a raccontarci le loro fatiche, spesso sconfiggendo un sottile velo di vergogna». Walter Bernardi auspica cambiamenti nel meccanismo politico: «Dal ‘93 le pensioni non vengono rivalutate, ma solo adeguate all’inflazione programmata, nemmeno reale. Solo in Italia, poi, il carico Irpef e la tassazione partono dai 7.500 annui, mentre in altri paesi europei redditi fino ai 10 o 12mila euro sono esentasse. Chiaro che così veniamo strozzati». Fabio Degaudenz inquadra la situazione altoatesina: «Nella nostra provincia abbiamo il dato record del 40% di pensioni al minimo. Abbinatelo al carovita bolzanino e la situazione di sofferenza è già spiegata». Gianluigi Marchi, infine, racconta il mondo degli anziani: «Da noi vengono spesso a lamentarsi. Se si tratta della spesa alimentare mensile riescono a pianificare bene le uscite, ma se subentrano complicazioni sanitarie diventa davvero difficile. E’ vero che la sanità provinciale è tra le migliori per assistenza, ma alcuni pagamenti vanno fatti comunque, le liste d’attesa sono lunghe e quelle private non stiamo nemmeno a parlarne. Si fatica persino per una visita dentistica». Nel paniere, intanto, si conteggiano notebook, auto nuove, pizze e cene in compagnia. © RIPRODUZIONE RISERVATA - Alan Conti